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RECENSIONE/ Chiesa e sessualità, l'etica rivoluzionaria che ha dato valore all'idea di corpo

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Sono due le autrici di Due in una carne. Chiesa e sessualità nella storia (Laterza, Roma-Bari 2008, pagg. 322, € 18,00): Margherita Pelaja, storica e militante femminista, specialista di storia delle donne e Lucetta Scaraffia, che «da circa vent’anni è tornata a sentirsi appassionatamente cattolica, e quindi ad affiancare alla sua attività di ricerca sulla storia delle donne e della vita religiosa un impegno culturale che si può definire militante». Due punti di vista, spesso divergenti, si intersecano in un libro il cui scopo è di porre in questione «il pregiudizio che attribuisce alla Chiesa cattolica un’antica e lineare sessuofobia, che si dipana nel corso dei secoli in un atteggiamento repressivo costante e generalizzato».

È particolarmente affascinante la descrizione, nella prima parte del libro, della «rivoluzione culturale» introdotta dal cristianesimo, quel «sottile cambiamento nella concezione del corpo» di cui parlava il noto storico della tarda antichità Peter Brown. Il corpo non è più solo un involucro: con l’Incarnazione il corpo diventa tempio di Cristo, parte integrante della natura umana che non si scinde dalla sua natura spirituale. Per questo il comportamento sessuale, nella tradizione cristiana, non è stato considerato come «un settore da regolare attraverso una precettistica morale», ma piuttosto come un nodo teologico fondamentale, la cui definizione risulta centrale in tutti i momenti di svolta della storia della Chiesa. Non stupisce dunque che sia divenuto uno dei motivi dominanti di tutte le eresie. Da questo punto di vista è evidente la distanza dallo gnosticismo: per gli gnostici, infatti, la materia è malvagia e da disprezzare poiché condannata alla distruzione, mentre per l’autentica tradizione cristiana «la carne è così importante che se ne stabilisce con cura l’uso, dando all’atto sessuale un valore altamente positivo: la carne è importante perché è creata da Dio e il rapporto con la carne – destinata alla risurrezione finale – è al centro della nostra salvezza». Lo si può constatare nel radicale cambiamento della concezione del matrimonio: oltre ad una prima rivoluzionaria partirà dell’uomo e della donna (affermata nella Prima lettera ai Corinzi), il legame tra i due sposi comincia ad essere «concepito come carità reciproca, solidarietà profonda, resa più forte dalla comune appartenenza spirituale». Lo si può constatare anche nel valore della castità, segnata dall’importanza della verginità di Maria fin dai primi secoli della storia cristiana. La dedizione verginale a Cristo era, tra l’altro, una scelta assolutamente inedita per le donne, in una società che non lasciava loro molto spazio all’autodeterminazione. «Il dono della verginità – scriveva san Girolamo – si è diffuso anche più largamente tra le donne perchè ha avuto inizio da una donna». Il linguaggio della sfera sessuale non è assenti nella letteratura cristiana: nel Cantico dei cantici, ampiamente commentato dai Padri della Chiesa, «l’amore fra un uomo e una donna viene considerato l’unica realtà umana che può rendere in qualche modo intellegibile il mistero dell’amore di Dio per l’umanità». Ciò vale anche per le immagini religiose, sacre ma non asessuate: «intorno alla metà del Duecento i pittori italiani di Madonne col Bambino avevano cominciato a far apparire le gambe del figlio, segno della sua umanità, e a poco a poco, verso il 1310, si arrivò a rappresentare il bambino nella sua nudità, spostando così l’attenzione dalla natura divina e regale del piccolo Cristo alla sua natura umana». L’insistenza sull’umanità di Cristo ebbe il suo culmine nell’arte del Rinascimento, centrata sul mistero dell’Incarnazione, per sfumare nei secoli successivi, in cui comparvero per esempio le famose «braghe» sui corpi nudi della Cappella Sistina.

Una seconda parte del libro introduce al mondo delle norme, mostrando il lento processo, dai penitenziali medievali fino alla stagione della casistica che segue il Concilio di Trento, basato sullo sviluppo del diritto e sulla crescente importanza della confessione come strumento di educazione. Quello che potrebbe sembrare soltanto un labirinto di norme e di leggi per regolare la vita sessuale è in realtà un «sistema raffinatissimo» che pone l’accento più sulle intenzioni e sui desideri che sugli atti in sé. Scopo di questa «foresta normativa», che con sorpresa si scopre spesso applicata con flessibilità e pragmatismo, è innanzitutto educare l’uomo al senso del peccato e alla responsabilità.

La fine del Settecento costituisce un tornante fondamentale, poiché «il discorso sulla sessualità viene attribuito all’esclusiva competenza di medici, biologi, antropologi e poi psicoanalisti. I nuovi scienziati negheranno alla Chiesa il diritto di imporre norme universali, e ai teologi la capacità di definire il senso e il valore dell’atto sessuale, ai loro occhi ormai depotenziato di ogni significato spirituale». La posizione della Chiesa, espressa soprattutto nelle encicliche Casti connubii (1930) e Humanae vitae (1968), e ancor di più il pontificato di Giovanni Paolo II, vogliono riaffermare «quell’unità tra corpo e spirito che aveva costituito la specificità della rivoluzione cristiana».

Oggi la posizione della Chiesa sembra essere solitaria, e profondamente divaricata dal pensare comune. Non si tratta però, come spesso si vorrebbe far apparire, di «due sistemi fondati l’uno su regole e limitazioni, l’altro su libertà e piacere», ma di due concezioni radicalmente opposte dell’uomo, e quindi anche del suo rapporto con il corpo.



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