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DIBATTITO/ Dagli Usa una proposta per salvare i cristiani iracheni dalle persecuzioni

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Dopo anni di attese e trattative, e dopo un esodo che ha portato centinaia di migliaia di loro a lasciare il paese, i cristiani iracheni sono arrivati a un momento di svolta. Per sopravvivere nel luogo dove sono presenti fin dalle origini del cristianesimo, sono pronti ad avanzare una richiesta drammatica alla leadership irachena e alla comunità internazionale: quella della creazione di un’area protetta cristiana nel nord dell’Iraq, una loro regione che goda di una certa autonomia amministrativa e di sicurezza.

A dettagliare le caratteristiche della possibile “area cristiana” dell’Iraq, e stato Joseph T.Kassab, direttore esecutivo della Federazione caldea d’America, l’organizzazione-ombrello che riunisce le varie realtà del mondo dei caldei (la maggiore denominazione cattolica in Iraq) negli Stati Uniti, il paese dove ormai hanno creato da tempo una comunità enorme in esilio, punto di riferimento anche per i cristiani che ancora vivono in Iraq e per quelli che sopravvivono da profughi in Giordania, Siria, Libano e in Europa. Kassab ne ha parlato a Washington, in un incontro organizzato dal Centro Culturale Crossroads nell’auditorium del John Paul II Cultural Center nella capitale americana, sul tema «Iraq: La tragedia della minoranza cristiana».

Kassab è da anni uno dei principali interlocutori del governo americano, dell’ONU e delle organizzazioni non-governative quando si tratta della realtà dei cristiani iracheni. L’idea di creare un’enclave cristiana in Iraq, riconosce lui stesso, presenta molteplici rischi, tra cui quello di costringere i cristiani a sopravvivere dentro una pericolosa “riserva”, oltre che a porre le premesse per una sorta di “balcanizzazione” del paese. «Ma la realtà è che non abbiamo molte altre alternative, è una questione di realismo e di sopravvivenza», ha spiegato.

In un Iraq che mostra innegabili segni di un sostanziale e progressivo calo di violenza dalla metà del 2007, quando è stata attuata la cosiddetta “dottrina Petraeus” da parte delle forze americane, l’unica minoranza che non sembra trarre benefici dal nuovo stato di cose è quella cristiana. Degli oltre un milione di cristiani che si trovavano nel paese nel 2002 (su una popolazione di 25 milioni di iracheni), ne sono rimasti solo circa 400.000. Un migliaio di cristiani sono stati uccisi dal 2003, inclusi otto preti e un vescovo. Negli ultimi due mesi, violenze di incerta matrice hanno provocato morte e nuovo esilio tra i cristiani di Mossul, nel nord del paese.  Nello stesso tempo, gli accordi presi a Baghdad per la distribuzione degli oltre 400 seggi nel parlamento iracheno, ne hanno visti assegnare solo sei (invece dei 15 previsti) alle minoranze religiose, di cui solo tre per i cristiani.

In questo scenario, diventa sempre più difficile per i cristiani locali fare la scelta di restare, invece di mollare tutto. «I giovani per esempio scelgono sempre più spesso di andare all’estero per mantenere le loro famiglie – ha raccontato Kassab – viste le difficoltà che incontrano: ci sono circa 3000 studenti dell’università di Mossul che non possono più recarsi ai corsi per motivi di sicurezza. Che alternativa hanno?»

L’alternativa che le organizzazioni dei cristiani iracheni come quella di Kassab vorrebbero poter facilitare, è quella di convincere i governi e le ONG occidentali, soprattutto in Europa, a venire a investire nelle zone caldee del paese, creando strutture educative e posti di lavoro. Le condizioni per farlo ci sono, e se da Baghdad arrivassero garanzie di sicurezza (come per esempio la creazioni di uno speciale organo che tuteli la sicurezza dell’enclave cristiana), l’iter potrebbe accelerare.  

L’estinzione dei cristiani del resto sarebbe drammatica per tutti. Dal dibattito è infatti emerso con chiarezza ancora una volta come la presenza dei cristiani in Iraq e Medio Oriente sia una garanzia di armonia, moderazione ed educazione, e come non ci sia una vera speranza di un futuro di pace in quella regione del mondo senza i cristiani. 

Il dibattito a Washington sui cristiani iracheni è peraltro servito a porre di nuovo l’accento su quale sia il fondamento su cui discutere a livello internazione di diritti dell’uomo. Che si tratti del futuro della minoranza cristiana in Medio Oriente, o dei diritti umani da difendere in altre parti del mondo, è emerso con chiarezza che resta decisiva l’esortazione fatta da Benedetto XVI proprio il giorno prima dell’evento nella capitale americana, in occasione del concerto per i 60 anni della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo: «Da sempre la Chiesa – ha detto il Papa - ribadisce che i diritti fondamentali, al di là della differente formulazione e del diverso peso che possono rivestire nell'ambito delle varie culture, sono un dato universale, perché insito nella stessa natura dell'uomo. La legge naturale, scritta dal Creatore nella coscienza umana, è un denominatore comune a tutti gli uomini e a tutti i popoli; è una guida universale che tutti possono conoscere e sulla base della quale tutti possono intendersi. I diritti dell'uomo sono, pertanto, ultimamente fondati in Dio creatore, il quale ha dato ad ognuno l'intelligenza e la libertà. Se si prescinde da questa solida base etica, i diritti umani rimangono fragili perché privi di solido fondamento».

 

(Letizia Bardazzi)



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COMMENTI
17/12/2008 - Cristianesimo (Lindo Caprino)

Il problema secondo me è un solo: l'esistenza del concetto di "dhimmitudine" nell'Islam! Possiamo pensare e cercare qualsiasi soluzione possibile; sarà tutto inutile finchè esisterà quella teoria, come è dimostrato del resto dalla storia dei Paesi in cui l'Islam ha la maggioranza. Nei Paesi in cui comanda l'Islam, agli appartenenti ad altre fedi non restano che due alternative: convertirsi o sloggiare!