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Cultura

RECENSIONE/ Esiste una coscienza? Essere dualisti nell’era del naturalismo

Un’accurata disanima, quella compiuta da Andrea Lavazza nel suo ultimo libro, sul tema del riduzionismo scientifico ancora imperante nella nostra società. Con un unico appello ai collaboratori dell’opera: quello di correre il rischio di ridurre la questione a una mera “partita a scacchi”, bensì coinvolgersi in una vera rifondazione dell’approccio al concetto di coscienza

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Un libro che sfida il naturalismo imperante andrebbe già premiato per il solo coraggio. Per di più il libro di Andrea Lavazza, L’uomo a due dimensioni (Bruno Mondadori, Milano 2008), affronta il naturalismo su uno dei suoi campi preferiti: il monismo fisicalista (nelle sue varie versioni) come unica spiegazione dei nostri atti. In breve, l’idea che tutta la spiegazione dei nostri comportamenti, pensieri, gesti, emozioni e giudizi possa essere fornita dal sostrato neuro-biologico. Inutile dire, dunque, che la scienza (verrebbe voglia di mettere la maiuscola, data l’enfasi) è il vero e unico strumento di conoscenza di ogni realtà. Quello che non sa, lo saprà e quello che non potrà mai sapere, non ha rilevanza (almeno causale).

Lavazza raccoglie tutti gli argomenti a favore del dualismo – l’idea che la mente o la“coscienza” non sia riducibile al corpo o più in generale ad aspetti biologici, individuando due “principi” distinti per render conto della nostra esperienza – e in un’ottima introduzione ne spiega tutti i possibili tipi (dei predicati, delle qualità e delle sostanze) riassumendo il dibattito che il libro svolge: l’attacco al riduzionismo attraverso gli argomenti che fanno leva sulla conoscenza, sulla libertà, sui fenomeni di esperienza personale.Il libro è interessante e il dibattito va seguito, soprattutto in chiave negativa. Il pensiero include la scienza e deve essere informato riguardo ai suoi sviluppi. Tanto che una buona educazione scientifica, così bistrattata dal nostro sistema scolastico idealista, favorirebbe un’unità del pensiero necessaria alla creatività (in ogni campo) e alla precisione. “In chiave negativa” significa soprattutto che occorre sapere se le discipline scientifiche possono riuscire a spiegare tutta la realtà umana o no. Ai riduzionisti spetta l’onere della prova e, a quanto pare dal libro di Lavazza come dagli studi sulle illusioni ottiche di Tempia (Free will and decision making in aesthetic and moral judgments. «Acta Philosophica», vol.XVII, 2, pp. 273-290), non ci sono ancora riusciti.

Così dal libro si capisce che ciò che viene dato per scontato, “l’universo causalmente chiuso” dei naturalisti, si può almeno discutere e spesso non poggia altro che su una fallacia ad populum (“Tutti siamo d’accordo, ergo è vero che…”).

D’altro canto, la parte propositiva è inevitabilmente più debole in tutti gli autori che contribuiscono al libro di Lavazza, i quali spesso restano ancorati allo stesso schema concettuale dei loro oppositori. Non è un caso che molte volte Cartesio sia il punto di partenza degli uni e degli altri per identificare il problema dualismo-riduzionismo. E ancor meno, che nei milioni di esempi e controesempi di questo (e altri) dibattiti si utilizzino per i termini essenziali “definizioni” che, per loro natura, sono sempre o troppo “larghe” o troppo “strette”. La più problematica in questo caso è proprio quella di “mente”, che spesso si confonde con quella di “anima” (by the way, io proporrei di tornare al “triadismo” epistemologico: corpo, mente e anima) o viene ridotta a una delle sue funzioni. L’esito è che alle volte si ha l’impressione di giocare a scacchi: si possono cambiare le strategie ma non le regole.

Per cambiare le regole bisognerebbe riaffrontare il tema della conoscenza dall’inizio soprattutto per quanto riguarda la rappresentazione (l’unica alternativa, per ora, è tra la rappresentazione cartesiana e il condannarsi al soggettivismo) e il canone kantiano del binomio “sintetico-analitico”, che fissa i limiti di una conoscenza statica lontana dall’esperienza del senso comune attraverso cui procede anche la ricerca scientifica. Ed è l’esperienza – come dice Chalmers (p. 210) – «il problema davvero complesso della coscienza».

(Giovanni Maddalena)

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