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RECENSIONE/ Storia dei laici italiani, la fondamentale influenza di un gruppo politico elitario

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Oltre ai democristiani e ai social-comunisti – le forze maggiormente premiate dalle elezioni del 1948 -, diversi gruppi antitotalitari e democratici hanno influito (nel bene e nel male) sulla politica e sulla cultura dell’Italia repubblicana. Questi non si riconoscevano negli schieramenti prevalenti e non ottennero mai percentuali di voto composte da due cifre. Eppure, spesso, costituirono l’ago della bilancia di numerosi governi. Il loro potere e la loro influenza fu, in certi campi, enorme. Si tratta dei cosiddetti “laici”. Una costellazione di personaggi e formazioni politiche che così si autodefinirono per sottolineare, con una punta di snobismo, la loro estraneità alle due “parrocchie”; così erano soliti chiamare la Chiesa italiana e il partito comunista, accomunati in una superficiale semplificazione.

Di loro si è occupato Massimo Teodori in Storia dei laici nell’Italia clericale e comunista (Marsilio, pag. 362). Teodori ha raccontato la loro avventura politica a partire da “Giustizia e Libertà” - il movimento fondato in Francia, nel ’29, dall’esule antifascista Carlo Rosselli - fino ai giorni nostri, evidenziando gli elementi che nell’attuale panorama politico sono assimilabili all’eredità laica. E in mezzo, la nascita, le scissioni, gli intrecci, gli scioglimenti o la persistenza nel tempo di realtà come il Partito d’Azione, il Partito Liberale, il Partito Repubblicano e quello demolaburista; oltre alle vicissitudini dei loro protagonisti.

Teodori, per diversi anni, ha unito l’attività di studioso alla politica attiva, militando, dal ’79 al ’92, nel Partito Radicale. È un laico che riflette, dall’interno, sulla propria tradizione. Come tale rispecchia, nella sua analisi, alcune caratteristiche fondamentali degli uomini di cui parla. Già dal sottotitolo. “Totalitarismo”, “fascismo”, “comunismo” e “clericalismo”, infatti, sono tra le parole che più spesso ricorrono nel libro. Teodori non esita a utilizzarle - con disinvoltura - indistintamente. Intendendo con “clericalismo”, il più delle volte, tutte quelle esperienze contraddistinte da una visione della società che tiene conto delle istanze del mondo cattolico. E che, per Teodori, si contrappongono inevitabilmente alla democrazia. Non solo. Secondo Teodori, l’affermarsi della Dc e del Pci nel dopoguerra sarebbe un fenomeno liquidabile come mera conseguenza del fascismo. Tutti i difetti e le ingessature degli ultimi 60 anni, poi, avrebbero un’unica ragione: è stata «l’assenza o, meglio, la mancanza di una forza che in qualche modo potesse essere ricondotta alle famiglie liberal-democratica e liberal-socialista – la “terza forza” – che ha pesato negativamente sulla democrazia italiana», scrive Teodori.

Ma, al di là degli assunti di fondo, condivisibili o meno, la cornice storica all’interno della quale si dipanano le laiche vicende, è descritta con grande onestà. Basti pensare alle considerazioni sulla breve vita del Partito d’Azione, che in esso sintetizzava le idee e le contraddizioni dei laici. Nacque nel ’42 dalle ceneri della omonimo mazziniano. I principi che lo animavano erano condivisi dalle altre formazioni laiche: la valorizzazione della democrazia, la ricerca dell’equità sociale e la difesa di tutte le libertà individuali, con uno sguardo privilegiato alla dimensione europea. Si sciolse nel ’47. Nonostante, solo due anni prima, fosse riuscito ad esprimere un presidente del Consiglio, Ferruccio Parri. Il disastro alle urne per l’elezione della Costituente, nel ’46 (prese l’1,5 per cento) ne sancì la fine, dando vita ad una diaspora infinita. «Lo scarsissimo consenso popolare – riconosce Teodori - mostrò quanto vani fossero gli impulsi moralistici e le elucubrazioni programmatiche che avevano travagliato il partito».

Troppo elitari e borghesi per entrare in sintonia con il sentimento popolare, i laici diedero prova di grandi capacità nel campo della cultura. I maggiori esponenti del mondo laico si riunirono attorno ad una miriade di riviste e fondazioni. Si trattava di laboratori intellettuali sorti con l’intento di fornire alla politica le linee guida per realizzare uno stato moderno ed efficiente. E per educare il cittadino al culto della libertà. Una sorta di moderno think tank. Tra tutti merita particolare attenzione Il Mondo, il settimanale fondato e diretto da Mario Pannunzio nel ‘49. Questo fu per anni il punto di riferimento obbligato per tutti gli esponenti laici e non solo. «Nei diciott’anni di vita Il Mondo fu il più fedele organo dell’occidentalismo laico e liberale e dell’anticomunismo democratico. Sostenne senza riserve il presidente del Consiglio cattolico De Gasperi allo stesso modo del ministro degli esteri laico Sforza […]. Mise in rilievo la connessione tra atlantismo ed europeismo, sottolineando che il Patto atlantico non doveva essere uno strumento aggressivo verso l’Unione Sovietica, ma un veicolo per l’Europa che stava compiendo i primi passi», spiega Teodori. Questa la nota positiva che più accomunava i laici: visceralmente antifascisti e al contempo anticomunisti, interpretavano le questioni italiane sullo sfondo del contesto internazionale; durante il fascismo e, pochi anni dopo, in piena Guerra Fredda, intuirono che lo spartiacque tra opposte concezioni della realtà era il medesimo. Si trattava di amare la libertà e opporsi ad ogni tipo di totalitarismo. Qualunque nome questo avesse. Senza appiattirsi, nell’immediato dopoguerra, sulle posizioni antifasciste della sinistra di Togliatti. E, in seguito, senza lasciarsi ipnotizzare dalla “caccia alle streghe” dell’anticomunismo maccartista. Per loro la “terza via”, in fondo, consisteva nel difendere certi ideali per la loro validità intrinseca. Non vollero mai, tuttavia, (come ribadisce Teodori) ammettere l’esistenza di un piano diverso e superiore rispetto alla coscienza individuale. Quella per loro fu sempre l’unica sede del bene e del male. È tuttora, probabilmente, il loro massimo pregio e il loro peggior difetto.

(Paolo Nessi) 



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COMMENTI
03/12/2008 - L'ircocervo (Piero Sampiero)

Il ritratto tracciato da Massimo Teodori è sicuramente aderente alla realtà storica del movimento e dell'ambiente intellettuale che aveva il proprio centro nel "Mondo" di Pannunzio, caratterizzato anche da un certo snobismo culturale, per la tendenza ad identificarsi da una parte nella cosiddetta sinistra liberale e dall'altra nella sinistra democratica e riformista, dalla cui unione come ebbe ad anticipare, se non andiamo errati, lo stesso Benedetto Croce, nacque l'ircocervo del partito d'azione di Ferruccio Parri e soci, ingenumente ispirato da un possibile sodalizio dell'imprenditoria illuminata dell'alta borghesia e con le classi sociali meno favorite, nel sogno di un socialismo liberale utopistico e totalizzante, come una terza via messianica tra comunismo e capitalismo, rigorosamente anticattolico ed antifascista.Preziosi contributi quindi sul piano culturale, per il riscatto dall'egemonia marxista, ma scarso di risultati pratici sul piano politico, se si eccettua l'apporto del vecchio partito repubblicano e di Giorgio La Malfa, interprete, un po' manicheista, delle aspirazioni della nuova classe economica dominante e dei boiardi di Stato. A distanza di anni, quel mondo appare peraltro come un club di antifascisti d'antan, di revanchisti paradossali e faziosi, intenti a rielaborare tesi e dottrine neo-illuministe, senza tener conto dei cambiamenti sociali che avevano attraversato l'Italia e l'Europa, rinnovando radicalmente i costumi e le idee del vecchio continente.