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DIALOGO/ Conoscere l’Islam, incontrare i musulmani

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Il Corso organizzato da Diesse Lombardia “Conoscere l’Islam, incontrare i Musulmani“, che si è da poco concluso a Milano, si proponeva come un percorso di approfondimento della realtà del mondo islamico in tutta la sua complessità, e ha quindi esaminato l’Islam nel suo universo culturale, nelle istituzioni, nella famiglia, nella scuola e nella storia (per ciascuno di questi temi sono stati distribuiti i relativi sussidi didattici).

Il corso è stato proposto ai docenti di ogni ordine e grado, per una introduzione “realistica” ed aggiornata al mondo islamico, caratterizzato, come è stato detto fin dall’inizio, da una “realtà dai mille volti”.

L’argomento scelto (uno dei nodi fondamentali del nostro secolo) e il valore dei contenuti trattati dai relatori, appaiono oggi, dopo i tragici fatti di Mumbai, ancora più rilevanti per favorire un dialogo serio e consapevole con quel mondo sempre più vasto di famiglie e studenti islamici che popola le nostre città e scuole, per evitare di troncare ogni apertura con giudizi sommari e reazioni istintive.

Nell’ultimo incontro del 26 novembre 2008 il Prof. Andrea Caspani ha presentato i “momenti cruciali nei rapporti fra Occidente e mondo musulmano” nei secoli XIX° e XX°. A lui rivolgiamo alcune domande per meglio capire e chiarire il senso dell’intero corso.

 

Quando si parla di Islam, abbiamo sentito che non ci si può riferire ad un blocco monolitico, ma ad una realtà complessa e differenziata al suo interno. Quando nella storia, si è delineata questa frattura fra i diversi volti dell’Islam?

 

Sul piano ideale l’islam esprime da sempre una profonda tensione all’unità (ad es. religione e politica sono strettamente collegate, vedi il ruolo insieme religioso e politico dei califfi, i successori di Maometto), ma storicamente parlando l’islam ha vissuto fin quasi dall’inizio profonde differenziazioni sia sul piano strettamente religioso (la separazione tra sunniti e sciiti avviene già all’epoca dei primi califfi) sia sul piano politico.

Nel nostro corso abbiamo concentrato l’attenzione sui diversi volti dell’islam contemporaneo e questo ha significato, sul piano storico, partire dagli avvenimenti del 1798, ovvero dalla spedizione in Egitto di Napoleone, perché il suo rapido successo (come come la sua sconfitta, dovuta solo alla flotta inglese di Nelson) ha evidenziato per la prima volta all’intero mondo musulmano la “debolezza” del principale soggetto politico-religioso islamico del periodo (l’impero ottomano) di fronte alla potenza tecnico-militare degli occidentali.

Tutto questo ha scatenato la frattura specificamente “moderna” tra le diverse anime dell’islam, tra chi cioè desiderava “recuperare” il terreno perduto assimilando almeno alcune dimensioni tecnico-culturali degli “infedeli”, in pratica occidentalizzandosi, e chi desiderava rispondere alla sfida europea ritornando ad un islam più “puro e rigoroso”, con un atteggiamento quindi tendenzialmente “fondamentalista”.

Sul piano storico-culturale tutto l’Otto-Novecento islamico ha come termine di riferimento l’esigenza di trovare una risposta alla drammatica domanda: “Com’è potuto accadere che il mondo sia diventato l’inferno dei credenti e il paradiso dei miscredenti?”

Tutti i principali movimenti politico-culturali islamici del Novecento (dall’islam liberale all’islamismo radicale terroristico) si differenziano a seconda che nella risposta si parta dal riconoscimento della necessità di un’autocritica della propria tradizione storica o invece si considerino solo le responsabilità dell’Occidente (che indubbiamente ha praticato spesso e volentieri una politica imperialistica).

 

Quali paesi e quali personalità nella storia islamica presente hanno cercato di porre le condizioni di un cambiamento socio-politico (prendendo le distanze dalle posizioni estremiste) perseguendo obiettivi di pace, conciliazione tra tradizione e modernità e volontà di dialogo con il mondo occidentale?

 

I paesi che sono stati capifila di un atteggiamento “aperto” all’assimilazione di valori e istituzioni socio-politici occidentali (sempre all’interno dell’orizzonte islamico) sono stati nell’Ottocento l’Egitto e nel Novecento la Turchia (che non a caso ha chiesto di entrare nell’Unione europea).

Durante il corso è emersa però anche l’importanza (e la diffusione) di una visione “umanistica”  dell’islam che trascende la realtà di questo o quel paese e che in alcuni casi è riuscita anche ad incidere efficacemente sul contesto storico (toccante è stata la testimonianza dell’educazione al rispetto delle differenze religiose di una relatrice marocchina e significativa l’analisi di alcuni istituti giuridici presenti in diversi paesi islamici, come quello che ha condotto al rifiuto della poligamia in Tunisia).

 

La conoscenza del mondo islamico nelle sue espressioni culturali e storiche appare oggi irrinunciabile da parte di educatori che vogliano leggere correttamente e rispondere ai bisogni formativi di una società multietnica e multiculturale. 

Le comunità islamiche insediatesi nel nostro Paese vorranno rapportarsi con diverse realtà religiose, istituzionali e culturali senza timore di mettere in pericolo la propria identità?

 

Questo tema è stato ripreso più volte durante il corso, sia a partire da prospettive teoriche sia in riferimento ad esperienze vissute.

Quel che è emerso con chiarezza, grazie soprattutto agli interventi di Valentina Colombo, è che nessuno può qui in Italia pretendere di rappresentare la “comunità islamica”, per cui è ingenuo pensare che dialogare con il mondo islamico significhi “trattare” con questo o quell’iman o ridurre il problema del dialogo alla questione delle moschee, perché dietro ogni storia di immigrazione musulmana c’è un islam diverso.

Lo stereotipo che viene abbattuto da questo corso è infatti quello della riconduzione “inconsapevole” dell’islam alle categorie tipiche del cristianesimo.

Il musulmano infatti vive la religione (per usare le parole di padre Samir) come rapporto con una rivelazione “incartata” (cioè legata alle prescrizioni coraniche) e non “incarnata” (cioè come rapporto con una Presenza storica) e praticare l’islam non corrisponde al partecipare ad una vita di Chiesa.

Il nostro scopo è stato quello di fornire strumenti affidabili per comprendere la problematica dei giovani musulmani scolarizzati (e delle loro famiglie) per come essi sono e non per come vorremmo (o magari temiamo) che siano.

Così al centro dei diversi interventi c’è stata la grande pluralità dei volti che presenta attualmente l’islam italiano.

Ragazzi che vengono dal Pakistan, dal Marocco, dall’Egitto, dalla Somalia ecc. hanno di fatto tradizioni culturali, educative e sociali profondamente differenti e l’intervento di diversi operatori sociali e scolastici ha documentato con efficacia i principali problemi emergenti tra i giovani immigrati e la necessità di distinguere caso per caso.

Sul piano più strettamente culturale gli interventi di Jolanda Guardi sulla lingua araba e sulla panoramica della letteratura (nonché sulla musica) islamica contemporanea hanno sicuramente costituito un’apertura di orizzonte decisiva per chi nella scuola italiana oggi vuole incontrare con realismo l’esperienza degli immigrati musulmani.

D’altra parte Valentina Colombo, rifacendosi spesso ad autori raccolti nell’antologia Basta! Musulmani contro l’estremismo islamico (Mondadori, 2007), ha mostrato il vivace volto di tante personalità capaci di vivere e proporre un islam “liberale”, di cui purtroppo sappiamo ben poco, sia per il prevalere mediatico di tanti falsi musulmani moderati (e per la evidente maggiore rilevanza delle notizie sulle forme di estremismo islamico) sia per il nostro pregiudizio che ci porta a considerare il dialogo con l’islam come un rapporto con un “corpo collettivo” invece che in primo luogo con delle persone.

 

I musulmani non riconoscono l’universalità della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo del 1948, alla quale le Costituzioni dei Paesi democratici fanno riferimento, perché la ritengono frutto della cultura occidentale. Hanno infatti promulgato nel 1990 la Dichiarazione del Cairo dei Diritti Umani dell’Islam. 

A quali valori e fondamenti giuridici si può fare riferimento nelle lezioni di “Educazione alla Cittadinanza e alla Costituzione” (vedi D.L. Gelmini), che garantisce uguali diritti e doveri per tutti e il pluralismo confessionale?

 

In questo caso mi sembra che le recenti affermazioni di papa Benedetto XVI (nella lettera introduttiva all’ultimo libro di Marcello Pera) sull’urgenza di un “dialogo interculturale che approfondisca le conseguenze culturali della decisione religiosa di fondo” possano costituire una efficace piattaforma di partenza.

Ci pare infatti che qui si indichi l’esigenza di fondare l’educazione alla cittadinanza e alla Costituzione sul rispetto dell’irriducibilità personale della libertà religiosa, sottraendola così dall’irrilevanza socio-culturale (a cui vorrebbero ridurla molti laicisti nostrani).

La nostra Costituzione poi è fondata sul presupposto della dignità umana di ogni persona, fatto questo che è patrimonio comune sia della nostra tradizione culturale laica sia della tradizione cristiana, ma che è stato recentemente ribadito anche nel comunicato finale del forum cattolico-musulmano, dove si dice espressamente che la dignità umana “deriva dal fatto che ogni persona è creata da un Dio amorevole”.

Sul piano teorico è quindi possibile ipotizzare la costruzione di un progetto che educhi a libertà religiosa, rispetto delle differenze, accettazione dei valori umani ed impegno per la costruzione del bene comune, accettabile da parte di tutti coloro che desiderano integrarsi nella società italiana; certo dipenderà poi molto da come verrà predisposto concretamente il percorso educativo…

 

(a cura di Donata Conci)

 



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