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ORTODOSSIA/ Come avverrà l’elezione del nuovo Patriarca della Chiesa russa

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Non è per soddisfare una curiosità storica o ecclesiastica che vogliamo cercare di spiegare come avverrà l’elezione del successore del patriarca russo Aleksji II, recentemente scomparso. Ci muove l’amore per una Chiesa che sentiamo profondamente vicina per la grande testimonianza che ci ha dato nel periodo del totalitarismo sovietico e per la ricchezza della sua tradizione spirituale e teologica. Un amore che è consapevole delle differenze. Anzi, proprio la non consapevolezza delle diversità è uno degli ostacoli che intralcia il cammino verso una piena comunione. Quando invece sono conosciute, le diversità possono rappresentare una ricchezza.

 

La Chiesa ortodossa russa sta preparandosi in tempi brevi all’elezione del nuovo patriarca, che avverrà alla fine di gennaio. È già stata stabilita anche la data della sua intronizzazione, il primo febbraio. Una commissione formata da 29 persone, di cui fanno parte il locum Tenens patriarcale, i membri del Santo Sinodo e alcuni vescovi ed esperti, sta lavorando all’organizzazione dell’evento, anche perché le norme contenute nello Statuto della Chiesa ortodossa russa (paragrafo XIII) sono molto generiche e non prescrivono una procedura d’obbligo. Sta quindi alla commissione predisporre la normativa nei suoi particolari.

 

Nella riunione del Santo Sinodo svoltasi il giorno successivo ai funerali di Aleskij II, si è stabilito l’organico della Commissione di lavoro, e sono state inoltre fissate le date del Sinodo dei vescovi (25-26 gennaio), cui seguirà la convocazione del Concilio locale, l’organo più ampio e rappresentativo della Chiesa ortodossa russa (27-29 gennaio).

 

Il Patriarcato era stato abolito nel 1721 da Pietro il Grande, che l’aveva sostituito con il Santo Sinodo, presieduto da un funzionario imperiale. Quando venne ripristinato, nell’autunno del 1917, in un momento luminoso per la Chiesa ortodossa russa che nel primo decennio del secolo aveva svolto un intenso lavoro di cosciente ripresa della propria missione nel mondo, la procedura seguita fu quella di estrarre a sorte un nome da una terna stabilita dal Concilio. Con questo metodo è stato nominato il patriarca Tichon (Bellavin) che ha dovuto affrontare l’insorgere della persecuzione antireligiosa (lui stesso è stato imprigionato) e ha dovuto assistere alla sistematica distruzione della struttura ecclesiale. Alla sua morte, nel 1925, il governo sovietico non ha permesso che si eleggesse un successore.

 

L’8 settembre 1943, tre giorni dopo lo storico incontro notturno nella daca di Stalin che segnò una svolta nella politica religiosa delle autorità sovietiche, il Sinodo dei vescovi (19 presuli) convocato in fretta e furia dietro insistenza dello stesso Stalin, elesse, votando per alzata di mano, il candidato unico proposto, il locum tenens patriarcale Sergij Stragorodskij. Sempre attraverso votazioni pubbliche di un candidato unico per alzata di mano furono eletti (dal Concilio locale) Aleksij I (Simanskij) il 2 febbraio 1945, e Pimen (Izvekov) il 2 luglio 1971. Con votazioni segrete fu invece eletto nel 1990 il patriarca Aleksij II (Ridiger).

 

Nel corso della riunione del Santo Sinodo del 10 dicembre scorso è stata inoltre stabilita la composizione del Concilio locale da cui uscirà il nuovo Patriarca. Sarà un’assemblea di circa 700 persone, di cui faranno parte i 190 vescovi ordinari e ausiliari delle 156 diocesi esistenti, e i capi dei nove dicasteri sinodali (la cancelleria patriarcale, i dipartimenti per le relazioni esterne, per la catechesi e l’istruzione religiosa, per la beneficenza e il servizio sociale, per la missione, per le relazioni con le forze armate, per la gioventù; il consiglio editoriale, la commissione didattica), i rettori delle accademie teologiche e dell’università ortodossa san Tichon.

 

Vi saranno inoltre 5 delegati dai 38 seminari attualmente esistenti nel Patriarcato, eletti dall’assemblea dei rettori, i superiori dei monasteri stauropegiali (cioè direttamente dipendenti dal Patriarcato), che hanno dignità episcopale e 4 delegate dai monasteri femminili dipendenti dal Patriarcato, elette dall’assemblea delle superiore (questi monasteri sono complessivamente 25), e infine il capo della Missione russa a Gerusalemme. Naturalmente, faranno parte del Concilio anche i membri del comitato organizzatore.

 

Infine, ogni diocesi invierà una delegazione di 3 persone composta da un sacerdote, un monaco e un laico, eletti dalla conferenza diocesana, e le parrocchie del patriarcato esistenti in Canada, negli USA e nei paesi scandinavi eleggeranno due delegati ciascuno (un chierico e un laico).

 

Quest’ultimo aspetto costituisce una delle incognite principali rispetto alla situazione del 1990 - come fa rilevare un esperto, Aleksandr Kyrlezhev, della Commissione teologica sinodale - perché vent’anni fa il numero delle parrocchie e dei monasteri era di gran lunga inferiore, ed è molto difficile pronosticare orientamenti ed indicazioni che possano uscire da questi ambienti. Così pure, va tenuto presente che circa un terzo dell’episcopato vive fuori dai confini della Federazione Russa, in gran parte in Ucraina, e ha una visione della situazione differente dai confratelli che risiedono e operano in territorio russo.

 

È inutile lanciarsi nel toto patriarca. Per chi spera che il successore di Aleksji II incrementi i rapporti con la Chiesa di Roma (e magari accetti finalmente di incontrare il Papa) l’unico atteggiamento possibile è la domanda che lo Spirito illumini chi è chiamato a questa fondamentale decisione.



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