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INQUISIZIONE/ La “leggenda nera”: oltre alle solite accuse qualche voce fuori dal coro

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La Classe di Studi Borromaici dell’Accademia Ambrosiana ha organizzato la scorsa settimana a Milano un importante convegno internazionale sul tema «L’Inquisizione in età moderna e il caso milanese». Tra gli interventi molte voci “solite”, ed alcune fuori dal coro.

Non ci soffermiamo qui sulle prime: per sentirsi dire che la Chiesa ha esercitato un rigido controllo per una «giustizia egemonica» e che lo sta esercitando ancora oggi esattamente come 500 anni fa – perché certo, tutte le inquisizioni sono morte tranne quella di Roma, attiva e operante oggi come ieri – è sufficiente leggere gli editoriali di Adriano Prosperi su Repubblica, che ripetono, con poche varianti, la tesi proposta dal professore di Pisa anche al convegno. Convegno in cui, detto tra parentesi, un'istituzione della Chiesa si è mostrata così oscurantista da invitarlo a parlare (e ci si chiede: ne valeva la pena?).

Meglio dunque concentrarsi sulle voci fuori dal coro: si badi bene, non si tratta di revisionisti promotori di balzane tesi che negano l’esistenza dei tribunali. Sono invece storici laici, che non sembrano avere alcuna intenzione di difendere o riabilitare qualcuno, che hanno portato ricchi contributi sui loro studi in corso. Ecco qualche breve appunto.

Andrea Errera, (ordinario di Storia del diritto medievale e moderno, Università di Catanzaro) ha mostrato la “modernità” del tribunale del Sant’Uffizio. Mentre i tribunali inquisitoriali medievali avevano introdotto un sistema «inquisitorio», in cui la stessa persona (l’inquisitore) aveva il compito di accusare e giudicare, a partire dal 1561 presso la Suprema Inquisizione spagnola, e poi presso il Sant’Uffizio, fu introdotta la figura del «procuratore fiscale» che riportò il sistema ad una struttura ternaria: c’erano dunque un accusatore, un difensore, un giudicante. La difesa acquistava lo stesso spazio dell’accusa, garantendo al processo una forma «molto simile a quella degli attuali sistemi giuridici». Si rimanda, per maggiori approfondimenti, al bel libro del professor Errera: Processus in causa fidei. L’evoluzione dei manuali inquisitoriali nei secoli XVI-XVIII, Bologna, 2000.

Nel suo raffinato intervento Ugo Baldini (ordinario di Storia moderna presso l’Università degli Studi di Padova) ha mostrato la qualità e la preparazione scientifica dei consultori dell’Inquisizione, contestando quella «paura della scienza» spesso attribuita alla Chiesa. Chi si trovava a giudicare aveva competenze eccellenti ed era normalmente favorevole allo sviluppo scientifico. Questo spiega, per esempio, perché le teorie di Newton non furono mai condannate. I problemi nascevano invece quando le teorie scientifiche diventavano una chiave di lettura delle Scritture, invadendo il campo della teologia.

Per concludere un nome tra i più noti nel campo degli studi sull’Inquisizione, John Tedeschi, professore emerito dell’Università del Wisconsin (Usa), autore di importanti studi tra cui Il giudice e l’eretico (edito in Italia da Vita e Pensiero). La sua relazione ha affrontato il tema degli esuli religionis causa, gli intellettuali italiani rifugiati all’estero poiché avevano aderito al protestantesimo. È noto, e Tedeschi lo ha illustrato in un'efficace sintesi, il contributo di questi esuli alla diffusione della cultura rinascimentale italiana nell’Europa del nord: basti pensare alla pubblicazione delle opere di Machiavelli, Guicciardini, della Gerusalemme del Tasso, stampata per la prima volta a Londra e al De monarchia di Dante, che in Italia era rimasto manoscritto per la sua esaltazione dell’autorità imperiale e che vide la luce a Basilea nel 1559. È meno nota la seconda parte della lezione di Tedeschi: il movimento in controtendenza di questi esuli, molti dei quali decisero ad un certo punto di tornare a casa. Ci si metteva in viaggio verso la città eterna da tutte le parti d’Europa: ugonotti dalla Francia, sociniani dalla Polonia, calvinisti dalla Scozia, «per essere volontariamente riconciliati con Roma». E il fenomeno fu così ampio e duraturo che si sentì l’esigenza, nel corso del XVII secolo, di istituire a Roma un «Ospizio per i convertendi». Nostalgia della patria, delusione per la rigidità dei Riformati che non garantivano la libertà promessa, efficacia dell’opera missionaria dei gesuiti e speranze di una riunificazione del cristianesimo sono le principali ragioni del viaggio di ritorno di molti di questi esuli.

La via del ritorno verso casa è anche quella che sembrano aver intrapreso alcuni storici: in una stagione in cui la storia dell’Occidente viene continuamente strapazzata da letture fortemente ideologiche (e l’Inquisizione è un esempio eccellente) non mancano le voci fuori dal coro.



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