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Sessantotto, la grande confusione dietro l’inganno del cambiamento

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Appena all’inizio degli anni Sessanta, Corrado Simioni, che diventerà poi noto come uno dei guru del misterioso Hyperion di Parigi e dell’ancora più misterioso “Superclan”, faceva riunioni casalinghe proponendo l’esperienza di strane “comuni” di lavoro, e contemporaneamente di sesso libero, in Toscana a giovani studenti liceali milanesi. Si sapeva che Simioni era stato un giovane dirigente del Psi, per di più “autonomista”, cioè nenniano, e che, apparentemente, aveva “sbarellato”, come si diceva a quei tempi, contestando in blocco tutta la sinistra italiana e soprattutto il “sistema”: termine confuso, idolo del male in quegli anni di boom economico e carichi di speranze per tanti giovani italiani. Pochissimi seguirono allora quel signore, oggi storicamente ribattezzato come un “avventuriero”, che esordì nelle cronache locali del 1968 come “autorevole membro” del Collettivo politico metropolitano di Milano e poi arrivò addirittura alla ribalta nazionale e internazionale come “grande vecchio” nelle più tragiche vicende del terrorismo e del “caso Moro”.


L’esperienza di Corrado Simioni può essere presa come punto di partenza, come un personaggio-precursore di quella “stagione irrazionale”, della “confusione culturale organizzata”, della “protesta generalizzata”, del “giovanilismo sgangherato”: tante metafore per definire il Sessantotto italiano, che è fatto diverso dal Sessantotto in Occidente e anche in alcuni Paesi dell’allora Est Europa.
In effetti c’è un Sessantotto che esplode negli Stati Uniti, sull’onda della tragica guerra del Vietnam, ma si riassorbe nel giro di qualche anno senza lasciare drammatici strascichi culturali. C’è un più radicale Sessantotto tedesco che confluisce in una breve e sanguinosa stagione terroristica, condannata e isolata dalla stragrande maggioranza della Germania. C’è la “fiammata” del “maggio francese”, che viene liquidata in pochi mesi dalla decisione di Georges Pompidou, su suggerimento del generale Charles De Gaulle che si rivolgeva ai barricadieri con termini pesanti, “chienlit”, dichiarando la “fine della ricreazione” agli studenti in rivolta nei boulvards del Quartiere latino. Infine c’è la “primavera di Praga”, che è uno dei tentativi più drammatici di costruire “il socialismo da volto umano nel blocco sovietico” e che solo la disinformazione internazionale, sia a Est che a Ovest, assimilerà ai movimenti studenteschi occidentali.


Il Sessantotto italiano è invece una sorta di ipotetica “rivoluzione permanente” fino agli anni Ottanta, è una perfetta “rottura con la tradizione”, un “salto nel buio dell’iperbole e della fantasia dissacrante”, l’autentico rifiuto di un “appuntamento con la modernità”. E sarà lungo, lunghissimo, tanto da insediarsi, oggi come nostalgia, addirittura nelle stanze del grande Palazzo di pasoliniana memoria, che va dalla politica all’impresa culturale e ai mass media, al mondo della formazione e dell’educazione, a quello del lavoro.
Pur partendo dalle università, il Sessantotto si diramerà per tutta la società italiana, alimentando in parte i rivoli violenti dei “nuovi rivoluzionari a tempo pieno”, entrando con la sua “contestazione programmata” nella grande azienda, nelle scuole medie, nelle sezioni dei partiti, nei “salotti di una nuova e riverniciata ipocrisia borghese”, fino alle stanze di Santa Madre Chiesa. Fu talmente forte l’impatto del ‘68 sulla realtà italiana, che oggi, nel momento degli anniversari, quell’anno sembra, falsamente, uno spartiacque tra vecchia Italia e nuova Italia.
In realtà, almeno a nostro parere, accadde esattamente il contrario. Il Sessantotto cercò di bloccare l’Italia, avvitandola per anni in una spirale di deriva culturale, politica ed economica. Si può leggere questo tentativo in diversi settori della vita del Paese.


Sul piano politico l’Italia all’inizio degli anni Sessanta è un Paese in grande fermento, dove i riformisti di tutti i partiti, soprattutto di Dc, Psi, Pci, sono impegnati in una prima revisione ideologica di vasta portata. Il centrosinistra non nasce dal caso, ma da una maggiore apertura democristiana sui problemi sociali ed economici del Paese, dall’affrancamento definitivo del Psi dal modello sovietico e dall’egemonia comunista, da un dibattito rovente nel Pci, dopo la morte di Togliatti, il ventesimo e il ventiduesimo congresso del Pcus, per una riunificazione della sinistra italiana su posizioni non più leniniste e addirittura per trattare un’astensione verso il governo nazionale di centrosinistra.
Sul piano produttivo, l’Italia è al culmine del suo boom economico, ormai pronta al passaggio da Paese agricolo-industriale a Paese industrializzato con tassi di crescita notevoli che lo portano tra le eccellenze del mondo.
Sul piano dell’istruzione è un Paese vivace e vitale, ma che visibilmente sta soffrendo il passaggio da un’organizzazione culturale elitaria a quella che ormai si vede nei modelli dei Paesi stranieri occidentali: la società della cultura di massa, la società dei consumatori.


Contrariamente a quanto sostiene Carl Marx, in questo caso, non è la struttura economica a determinare, in ultima analisi, il modo di pensare e i comportamenti degli uomini, bensì è proprio la sovrastruttura culturale che modella una presunta nuova società, dei presunti nuovi comportamenti, e dei nuovi e radicali modi pensare.
Ancora nel 1967 i licei italiani sono delle buone scuole a livello europeo così come gli istituti professionali. Così come le Università e i Politecnici sono in grado di competere con le istituzioni culturali del mondo occidentale. Esistono ovviamente delle necessità innovative e soprattutto di maggiore integrazione tra Università, scuola e mondo del lavoro, perché già si intravede il cambiamento economico-sociale successivo al fordismo e l’evoluzione delle grandi professioni liberali. È qui che avviene il grande corto circuito della società italiana.
Sia la classe politica che quella accademica, ma anche quella formativa in generale, di fronte a questo cambiamento epocale, sembrano smarrite, incapaci di affrontare e di indicare un mutamento innovativo ragionevole, un’evoluzione che tenga conto di una buona tradizione. L’unica soluzione che trovano, di fronte alla maggiore domanda di istruzione è innanzitutto l’apertura di “tutte le facoltà a tutti”, ghigliottinando di fatto un vecchio percorso, forse ormai decaduto, che aveva però sostanzialmente garantito per anni: merito, grande cultura, prestigio sociale e facile collocazione sul mercato del lavoro.


Nasce una crisi epocale. La mancanza di una politica di indirizzo scolastico, universitario e culturale va a infrangersi con le esigenze del nuovo mercato del lavoro. Dagli anni Sessanta a oggi, si possono vedere autentiche “facoltà alla moda” che sfornano migliaia di urbanisti, poi di psicanalisti, poi di sociologi, poi di filosofi, poi di scienziati della comunicazione e, perennemente, di giuristi. Tutti in cerca di lavoro o quasi. Sparisce del tutto, ad esempio, la figura dello studente milanese, cresciuto sulle letture umanistiche del liceo classico che poi affronta i problemi scientifici di una università come il Politecnico.
A questa condizione di studenti “fuori tempo”, si accosta la formazione di uomo massa che emerge a contatto con la nuova cultura mediatica, quella dei giornali e soprattutto della televisione, che viene assorbita senza alcun filtro critico. Da un lato si allarga il mondo dell’informazione e della cultura, ma dall’altro si comprende che, di fronte alla massa di immagini e informazioni, è caduta ogni capacità critica. Il risultato è un grande appiattimento culturale e un’ininterrotta produzione di slogan che sembrano la caricatura di prodotti da vendere.
In più, i nuovi media, televisione in testa, sono “bombe di droga”, come dice Marshall McLuhan, che spingono verso una “nuova tribalizzazione”, verso “riti di massa che non prevedono l’individuo”. Tanto per essere esplicito, il guru del “villaggio globale” specificherà in un convegno a Venezia del 1977: “La generazione del 1968 è quella che prima di leggere un libro ha visto la televisione”.


Nessuno, in quel periodo, ha colpe dirette e specifiche, ma tutti si dimenticano colpevolmente di fare la loro parte e i conti con la nuova realtà che avanza. Tutti si arrendono passivamente di fronte a chi contesta con “rabbiosi capricci”. È in questa cornice che il corto circuito avvenuto nell’organizzazione culturale si sposta a tutti i settori della società italiana. Mentre negli altri Paesi investiti dalla contestazione giovanile reggono alcuni fondamentali capisaldi sociali, culturali e politici, in Italia si sbriciolano. È per questo che il Sessantotto italiano si insedia pesantemente e resiste fino agli anni Ottanta, mentre altrove vive una breve stagione.
La maggioranza dei sessantottini italiani passerà una stagione di magie anacronistiche: la scoperta della purezza ideologica del comunismo, la cosiddetta democrazia diretta coniugata in assemblee-rissa, l’impraticabilità di un nuovo modello di sviluppo e di un egualitarismo senza senso. La parabola personale per molti fu tragica: terrorismo, droga. Per altri una nostalgia da “vacanza senza fine” che poi finì nel ritorno al privato, all’apatia e qualche volta all’incontro con culture alternative che non ripagano mai.
Ci sono dei lasciti amari di quella stagione: qualche dirigente riciclato, oggi benestante e affermato, permeato di cinismo dopo le delusioni ideologiche; un appiattimento culturale di massa inquietante; uno schematismo di giudizio imbarazzante ( tutto “complotto” o “opera del sistema”); un senso della realtà appannato che alimenta soprattutto i consumatori di reality show.

 


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