BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

Milano in crisi? No, se non si guardano solo i numeri

Pubblicazione:

Duomo_FN1.jpg

Crisi? - Caro direttore e caro lettore, Milano è sul banco degli imputati. In libreria si trovano libri sulla sua presunta crisi, sui giornali piovono critiche a Milano, ed in televisione ci si chiede, «che fine ha fatto Milano?».
Mi chiedo: è Milano veramente in crisi?
Come molti hanno già detto, parlar bene o parlar male di una città è ormai diventato un classico strumento della lotta politica. L’intellettuale provoca, «Le politiche non sono che ipotesi: bisogna poi passare alla cassa a verificare nel tempo che risultato hanno raggiunto!», ed il fazioso ne approfitta: «Roma è sporca, Milano è disorganizzata, Torino è ripartita per le olimpiadi, Milano è sicura, Roma incarna un sogno, Torino non ha più l’anima...». Ogni partigiano può sottolineare l’aspetto che strumentalmente è più utile alla contingenza elettorale. La sinistra attacca Milano, la destra attacca Roma. Noi non cadremo in questo gioco, non ci interessa. Tutti costoro, destri o sinistri che siano, dimenticano che:
1) la verità è sotto gli occhi di tutti, e che non si può parlare faziosamente a vanvera e troppo a lungo di cose che tutti possono controllare;
2) una città è molto più della scelta occasionale di questo o di quell’altro sindaco, di quella o di quell’altra strategia politica momentanea.
Una città ha una storia. Roma ha 2700 e più anni. Milano è di qualche secolo più giovane. Ed una città è il suo popolo, perciò ci rifiuteremo di continuare la nostra analisi su Milano e sulle città usando chiacchiericci dovuti alla sola politica.
Il secondo giochino in cui non cadremo sarà quello di chi usa solo i numeri: useremo i fatti e la storia, piuttosto. I numeri sono importanti, intendiamoci: i centri di ricerca ce ne danno a migliaia per far correttamente il punto della situazione; tuttavia, per una volta, non vogliamo usarli. Non si può parlare di Milano dicendo «Milano sta bene perché l’export è aumentato del 2% nel terzo trimestre», o dicendo «Milano va male perché il flusso dei turisti è in flessione del 7%». Dei numeri ci si deve fidare quando sono usati in un ambito specifico o per delle comparazioni. Quando, però, sono usati come unico riferimento, be’, lasciatecelo dire, ci fidiamo poco: se 4 amici single si ubriacano tutte le sere fanno volare il PIL: più alcolici venduti, più locali frequentati, probabilmente più lavoro negli ospedali e per gli psicologi, e più motivazione per tutti e 4 gli avvinazzati notturni a produrre e lavorare di giorno per avere i soldi necessari per vivere e permettersi di bere. Sarebbero 4 consumatori perfetti. Se, invece, prendiamo altri 4 soggetti, ad esempio un padre che sta a casa a far sentire ai figli di 3 e 4 anni un vecchio disco di Beethoven, mentre la madre rammenda le calze (senza comprarne di nuove!! Vergogna!! L'economia non gira!!), per il PIL è una tragedia, un crollo. Se però voi doveste scegliere in quale delle due situazioni mettervi, dove scegliereste di stare? Quindi anche se abbiamo molti numeri, non li useremo. Useremo solamente le parole e i sottostanti concetti per parlare delle grandi fandonie che sentiamo su Milano ormai da tempo.

Fandonie - La prima fandonia vuole che noi milanesi possiamo finalmente tirare un sospiro di sollievo solo perché Milano ha vinto l’Expo 2015, altrimenti avremmo dovuto essere disperati. Tale fandonia muove da un modo assurdo di guardare al mondo: in tale visione esistono degli eventi globali, Olimpiadi, Mondiali di calcio, Expo, Coppe Americhe, che cambiano le città, e solo tali mega eventi avrebbero la capacità di ridare linfa vitale a una vita altrimenti asfittica. Tradotto, siccome per costoro il cambiamento è bello e ha senso solo se è immediato (5-10 anni), bisogna inseguire degli eventi che portano massicci investimenti; in tal modo il cambiamento avviene senza alcun dovere di investire fatica e pazienza in un lavoro i cui frutti saranno poi goduti dai figli. Costoro guardano in maniera messianica a questi immensi investimenti: essi hanno il pregio di aver la forza necessaria per portare il cambiamento, il rinnovamento immediato che spezza la noia quotidiana: Torino ha avuto la sua chance con le olimpiadi 2006; Barcellona con quelle del 1992; Valencia ha avuto la Coppa America, e ancor prima un Expo.
Milano no. Tragedia. I milanesi sono fuori da questi giri. Ma poi l’Expo: «Finalmente abbiamo qualcosa per cui lavorare! Finalmente abbiamo un sogno!», esclamano costoro, che evidentemente di sogni non ne avevano. Queste vite annoiate devono sentirsi parte di un evento per sentirsi qualcuno, e soprattutto devono essere finanziate da altri perché da sole, con la debolezza delle proprie idee, esse sanno che non sarebbero riuscite a raccogliere i fondi necessari per dare una forma ai loro deboli convincimenti.

Il Mobile - A tale fandonia rispondo con due fatti:
1) il Duomo fu costruito interamente dal popolo, senza sovvenzioni pubbliche, ci si mise quasi 6 secoli per ultimarlo, ma di Milano è divenuto il simbolo. Il Duomo ancora oggi sta aperto senza chiedere un euro a chi lo visita perché le persone comuni lo tengono su con le loro offerte. Il Duomo è stato possibile non perché sono arrivati finanziamenti massicci e istantanei ma perché si è accettato che a guidarne la costruzione e il progetto fosse una cosa radicata nel tempo come la fede di un popolo.
2) A Milano si è appena chiuso un evento gigante come il Salone del Mobile. Un evento in piena regola, con gente dappertutto e turisti che fotografano. L’anno scorso nello stesso periodo tornavo a Milano col treno da Ginevra delle 5:50. A Losanna il treno (erano le 6:20 del mattino) si riempì di studenti del politecnico che in giornata venivano a Milano a far foto e bozzetti per il loro amore al design; a Verbania salirono pure 4 brasiliani che producono mobili: mi dissero che a Milano non c’erano più alberghi, e che quindi avevano optato per il lago Maggiore; Milano durante Il Mobile straripa, straripa sino in Piemonte. Ed i protagonisti di tale fiera non sono solo gli organizzatori o gli enti pubblici, ma soprattutto le moltissime aziende italiane che la animano. Tornano in mente le parole di Chesterton: «I nobili creano le mode, il popolo la tradizione». Se i criticoni di Milano avevano bisogno di eventi, perché aspettare l’Expo e non parlare mai del Salone del Mobile? Bastava che si facessero un giro in Fiera a Rho, o ai Fuorisalone di via Tortona o della Università Statale, per respirare il tanto atteso evento. Ma in questi mesi, del Mobile, non ne hanno mai parlato. Leggevo attentamente i giornali e non lo citavano mai: citavano piuttosto le notti bianche e il festival del cinema romani (e siccome non vogliamo analisi politiche, non mi fermo a commentare se tali eventi son stati dei successi o dei flop). Parlavano di tali eventi solo perché sono finanziati con soldi pubblici? Forse per costoro è evento di tutti solo ciò che è patrocinato dal Comune?
Costoro che hanno salutato l’Expo come l’ultima ancora di salvezza di una società milanese allo sfascio si devono ricordare che Milano nel mondo è il design, è la moda, e anche dopo l’Expo resterà famosa per design e moda, e non per l’Expo. Voi vi ricordate per caso di Hannover grazie alla passata Expo?

Europeismo - Ma queste considerazioni non bastano a coloro che sostengono la seconda grande fandonia, ossia quella delle grande città europea: «Milano purtoppo non è a livello delle grandi città europee...». Cosa siano, le grandi città europee, non lo sappiamo. Sono le ex capitali di un impero, come Parigi e Londra? Allora pace: noi milanesi non ci siamo mai macchiati di colonialismo e sete di dominio, mai avuto un impero, la gente non viene dalle ex-colonie nei nostri college a studiare perché noi non siamo mai andati a fare i great games, a organizzare le vite altrui in continenti lontani o a gestire un traffico di persone usando isole nei Caraibi per smistarle. La nostra parentesi colonialista fu breve, fu savoiarda e fu fascista, non fu di certo milanese. Ma forse le grandi città europee non sono solo Parigi e Londra.
Che cos’è, allora, la grande città europea? È quella che ha palazzi tutti uguali ma zeppi di persone? Abbiamo bisogno di alcuni grattacieli per sentirci importanti, per sentirci una grande città? Il grattacielo può essere bello o brutto, ma in sé non è una componente necessaria per dir se una città è bella o moderna. Roma non ha grattacieli: secondo voi è brutta? Non è forse vero che a Milano sono oggi ritenute molto chic le case di via Faruffini che un tempo la De Angeli-Frua costruì per i propri operai? [Piuttosto, invece di preoccuparsi di come costruire in centro per sembrare europei, mi chiederei come costruire in periferia, dove spazio ce n’è ancora, perché i troppi caseggiati obbrobrio che ci stringon tutt’intorno provengono da una fretta costruttrice, da un economicismo e da una miopia nella progettazione che rivelano che chi disegnò quei casermoni, non solo era privo dell’ansia di essere europeo, ma anche di quella di fare le cose bene, belle e per l’uomo].
E poi cos’è la grande città europea? Le orde di studenti che ad agosto stazionano in Piccadilly Circus? Serve la massa dei corpi per sentirsi grandi? La colpa di Milano quale sarebbe: di avere delle splendide Alpi e una splendida Liguria vicine vicine così da potere fare dei soggiorni da favola con poche ore di viaggio? Forse il monte Rosa e Portofino non vi piacciono, e preferite una massa di corpi sudati e svagati che passeggiano nel caldo d’agosto per via Dante?

Città "europee" - È impressionante Dublino: in centro le strade sono coperte di chiazze nere per i maldistomaco patiti dalle orde di turisti nei pub del centro. Tutto questo sarebbe cool? Ci farebbe sentire importanti? È impressionante Berlino: pur di dimenticare il muro hanno costruito una marea di palazzi, il comune si è straindebitato, e poi si è scoperto che di tutti quegli alloggi, in fin dei conti, un gran bisogno non ci fosse, e restano invenduti e sfitti. In questa fretta di dimenticare, Berlino ha perso parte del suo passato, ed è diventata zeppa di locali a luci rosse: chiedo, è tutto ciò desiderabile? Se questo significa essere una grande città europea, vogliamo veramente esserlo?
Oppure Madrid, dove i cantieri sono aperti dappertutto, e dove la città, per ¾ già distrutta nell’assedio della guerra civile, è attraversata da mille vialoni a misura d’auto. Ma Madrid sta in mezzo al deserto della Meseta: Milano non potrà mai essere come Madrid. Milano è sferzata dalla compresenza vicina delle molte città amiche e nemiche, le Varese, le Como, le Monza, le Lecco, le Pavia, le Bergamo, che vi gravitano attorno, la toccano, vi si legano ma subito con orgoglio se ne vogliono distinguere. Così quei vialoni Viennesi o Madrileni a Milano sono impossibili: Milano è un corpo largo, striminzito in vestiti troppo stretti, dove l’eccesso di vitalità si scontra sempre con arterie troppo anguste.
Forse mi sbaglio: per costoro il problema non è la città, ma chi la abita. Costoro rimpiangono il tempo in cui Feltrinelli saltava in aria su un traliccio, in cui veniva fondata una casa editrice all’anno, e in cui Testori e Strehler ci avevano reso capitale mondiale del teatro? In maniera un po’ snobista costoro vogliono una Milano culurale, e disdegnano il resto, l’industria, le banche, la moda e le sue opere. Eppure oggi pare che Milano sia principalmente questo, anche perché non ha senso fondare sempre case editrici... [Comunque, stando all’editoria, Milano accoglie Mediaset, accoglie le radio private più ascoltate d’Italia, accolse TelePiù e accoglie Sky, accoglie quel fenomeno unico e singolare che è Radio Italia, insomma, le novità più grandi nei media son tutte passate da Milano, e ben dopo quei favolosi anni 70. Siccome poi ho promesso di non parlare di numeri, non staremo a guardare quanti biglietti di teatro vengono staccati ogni anno nei teatri milanesi].

Come il Duomo - Parlare di tutte queste cose, comunque, ci fa perdere tempo: Milano è come il Duomo, che è come i milanesi: è forte, quadrata, però candida e lavorata. Milano è, e rimane, unica, perché è una città a cielo aperto, però con delle mura. Tutto a Milano si svolge dentro. I giardini e i cortili fiabeschi sono interni. Le birrette e i bicchierini li si beve al chiuso di un bar, quando fuori tira vento. La carità si svolge al chiuso delle mense per i barboni, ed i soldi si fan girare nelle chiuse stanze di una banca. Milano ha i muscoli, Milano ha il cuore. Milano è la capitale della carità italiana, e Milano è il vertice del potere economico italiano. Milano ha accolto e accoglie i molti venuti qua per lavorare.
Chi spara fandonie su Milano non sa chi erano Sant’Ambrogio, San Carlo e don Giussani. Milano è l’opera, Milano è il campo lavorato nel silenzio dell’autunno, senza clamore, con la certezza del raccolto. Senza i nomi di quei santi non si potrebbe capire Milano. Per farlo bisogna conoscere loro e la loro vita, loro che annunciavano non un’idea vaga, una promessa di una grande città europea, grandi Expo o concetti vaghi e evocativi, ma una certezza fatta di carne come quella di Gesù. È da persone così eccezionali che guardano negli occhi le persone prendendone sul serio i desideri che rinascono uomini liberi, è da persone così umili da saper attendere e aspettare la crescita di ognuno, senza strappi e senza pretese, che si riforma una società entro cui posson nascere, come per incanto, persone straordinarie. Per capire Milano occorre seguire l’ombra lunga della carità cristiana che parte dalla Madonnina sin a ricoprire la nostra città, ed ammirare questo mondo in cui volere bene e lavorare non son due cose in contraddizione, ma che si cementano. E questa società, ancorata a Chi si rinnova, e non condannata a star legata ad idee per loro esplicita ammissione transitorie, perdura e si rigenera, nonostante le mille grida d’allarmismo che da tante bocche, svogliate e senza idee, si levan da gente col paraocchi contro essa.

(Sante Pollastro)



© Riproduzione Riservata.