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Pellegrinaggio Macerata-Loreto: l'avventura del mendicante

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«Vieni anche tu alla Macerata-Loreto?». Questa domanda se la sono sentita rivolgere in tanti: amici, familiari, colleghi di lavoro, vicini di casa. E in tanti hanno deciso di partecipare per scoprire il segreto di un evento che ogni anno cresce in dimensioni, notorietà e fascino. Io sono uno di loro. E il fascino è così forte che, dopo avere partecipato per tante volte, ho deciso di raccontarvelo.

Queste potrebbero essere le esatte parole da me pronunciate per i lettori de ilsussidiario.net. Ma non è così. Si tratta dell’incipit del libro di Giorgio Paolucci “Un popolo nella notte”, uscito il mese scorso per celebrare il trentennale della pazza idea di un professore di religione del liceo classico Leopardi di Macerata, Don Giancarlo Vecerrica (oggi Vescovo di Fabriano e sempre presente al pellegrinaggio). «Ci vedremo questa sera alle 11, in cattedrale» disse ai suoi alunni. «Andremo tutti insieme a piedi alla Madonna di Loreto, come si faceva una volta per ringraziare di un’abbondante mietitura o vendemmia, o per la nascita di un figlio o per un matrimonio. Noi invece ci andremo per ringraziare la Madonna per l’anno scolastico appena concluso».
Un’idea folle, quella di Don Giancarlo. Era il 17 Giugno 1978, ed i cortei ai quali erano abituati i giovani di quegli anni erano di ben altro genere, intrisi di odio e violenza. Idea folle e provocatoria: 28 chilometri da percorrere interamente a piedi, dalle 23 fino all’alba, per cercare di far capire a dei giovani liceali che il tempo della vacanza non era un periodo fatto di semplice vuoto consequenziale all’assenza dell’impegno scolastico, ma al contrario poteva essere impegnato per rafforzare l’adesione ad una proposta di vita cristiana, ad una tensione verso il Mistero.
Già don Giussani diceva: «Se un ragazzo disperde il tempo libero, non ama la vita ma è uno sciocco. La vacanza, infatti, è il classico tempo in cui quasi tutti diventano sciocchi! Al contrario, la vacanza è il tempo più nobile dell’anno, perché è il momento in cui uno si impegna come vuole con i valori che riconosce prevalenti nella sua vita».
A quel primo appello, risposero in trecento. L’anno dopo erano già il doppio. Nel 1980 millecinquecento. Nel 1987 addirittura ventimila. Nel 1993, presente Giovanni Paolo II, oltre quarantamila. L’anno scorso 65mila e sabato scorso, per il trentennale, davanti a S.E. Card. Angelo Bagnasco che ha celebrato la S. Messa d’inizio pellegrinaggio, c’erano ben 70mila persone.
Davanti ad un evento che convince gente di ogni età, professione ed estrazione sociale, provenienti da tutta Italia (la maggior parte) ma anche da diversi Paesi del mondo (quest’anno ad esempio ho visto Bulgari, Romeni, Peruviani, Ungheresi, Polacchi, Nigeriani, Brasiliani, Svizzeri) a prendere parte ad un gesto totalmente ignorato dai media (una simile folla ed un gesto del genere per una rockstar o un avvenimento sportivo avrebbero fatto versare oceani d’inchiostro!), nasce spontanea una sola domanda: potenza della fede e consapevolezza del nostro bisogno o mastodontico abbaglio collettivo?
E’ naturale che io sia per la prima ipotesi, ma vorrei provare a convincere anche chi la pensa diversamente da me.
Potrei raccontare dei numerosi “vip” che negli anni hanno partecipato entusiasti al pellegrinaggio, come Giuliano Ferrara, Magdi Allam, Eugenia Roccella, Fausto Biloslavo, Savino Pezzotta, Don Oreste Benzi. Oppure delle numerose testimonianze che vengono lette durante il cammino: testimonianze di gente che ha trovato (o ritrovato) la fede grazie a questo gesto, come la moglie di Adriano Galliani, Malika El Hazzazi, marocchina, musulmana ed ora convertitasi al cristianesimo col nome di Maria Maddalena.
Ma preferirei evitare argomenti da rotocalco, ed optare per una visione più profonda ed intimistica del significato che può avere il gesto di camminare per nove ore nel cuore della notte…ovviamente con la fatica bestiale ed il mal di piedi che ne conseguono!
Potrei iniziare con Sant’Agostino, che ci ricordava di come all’origine di ogni desiderio umano ci fosse la ricerca della felicità, ancor prima della ricerca di Dio. Ma Dio non ci chiama alla repressione dei desideri del cuore, ed il cammino cristiano si presenta proprio come un percorso lungo il quale impariamo giorno dopo giorno a gioire del dono della vita. Ed è proprio ricercando la nostra felicità, vivendo la vita e godendo correttamente dei beni che Dio ci mette a disposizione, che giungiamo ad incontrare ed a conoscere Dio.
Ecco perché il pellegrinaggio diviene simbolo della nostra richiesta così come del nostro bisogno di saper aderire a ciò che Dio ci chiede, proprio per raggiungere il nostro fine ultimo: la pace con noi stessi e con gli altri, la felicità.
Oppure potrei rispondere con le parole pronunciate il 18 Maggio scorso ai giovani genovesi da Benedetto XVI: «Oggi, non pochi vogliono arrestare il tempo, per paura di un futuro nel vuoto. Vogliono subito consumare tutte le bellezze della vita. Perciò è importante scegliere le vere promesse, che aprono al futuro, anche con rinunce. Chi ha scelto Dio, ancora nella vecchiaia ha un futuro senza fine e senza minacce davanti a sé. Quindi, è importante scegliere bene, non distruggere il futuro. Per questo è la vita spirituale che vi invito a coltivare, cari amici. Gesù ha detto: "Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla" (Gv 15, 5). Gesù non fa giri di parole: è chiaro, diretto e ci chiede di prendere posizione. Ora andate, carissimi giovani, negli ambienti di vita, nelle vostre parrocchie, nei quartieri più difficili, nelle strade! Annunciate Cristo Signore, speranza del mondo. Quanto più l’uomo si allontana da Dio, la sua Sorgente, tanto più smarrisce se stesso, la convivenza umana diventa difficile, e la società si sfalda. State uniti tra voi, aiutatevi a vivere e a crescere nella fede e nella vita cristiana, per poter essere testimoni arditi del Signore. State uniti, ma non rinchiusi. Siate umili, ma non pavidi. Siate semplici, ma non ingenui. Siate pensosi, ma non complicati. Entrate in dialogo con tutti, ma siate voi stessi». Ma forse il modo migliore per convincere uno scettico sarebbe quello di citare semplicemente il tema di questa edizione trentennale del pellegrinaggio: «Il vero protagonista della storia è il mendicante», riprendendo le parole pronunciate da Don Luigi Giussani nel suo intervento del 30 Maggio 1998 in Piazza San Pietro davanti a Giovanni Paolo II: «Il vero protagonista della storia è il mendicante: Cristo mendicante del cuore dell’uomo e il cuore dell’uomo mendicante di Cristo».
Camminando per una notte intera lungo quasi trenta chilometri, sorretto dalla compagnia di una moltitudine di storie tutte più o meno simili alla tua, ma percependo con chiarezza l’unicità esclusiva del tuo rapporto con il Mistero, ti fa intuire proprio questo: che ognuno di noi è raggiunto da uno sguardo particolare, da un rapporto unico, da un Dio che ci fa, proprio come diceva San Paolo (Gàlati 2, 20).
Lungo il cammino si capisce che non possiamo bastare a noi stessi: nulla ci soddisfa fino in fondo, tutto prima o poi ci annoia. Allora, quando comprendi che sei un mendicante, che il tuo cuore è il luogo del rapporto con il Mistero, che solo questo rapporto può compierti davvero e soddisfarti, allora comincia un’avventura che rende gustose tutte le cose, e lenisce quelle dure prove che la vita non sconta a nessuno. Ed è bello essere mendicanti di Cristo, proprio perché il primo mendicante è stato Lui! Lui che aveva il potere su ogni cosa del mondo, ma per mendicare un po’ del nostro amore si sacrificò fino alla morte di croce.
Così, lungo le strade che ci portano dalla nostra “avvocata” celeste, come recita la splendida lode ideata da Sant’Ermanno lo storpio di Reichenau nel XI secolo, abbiamo tutto il tempo di chiedere a lei, Madre di speranza viva, ciò che più il nostro cuore desidera di bello, di alto e di nobile per noi e per i nostri cari, offrendo in sacrificio tutta la nostra pochezza, la nostra miseria, unite a questo nostro gesto di umiltà: cominciare un cammino nella notte fatto di preghiera ed attesa.
Diceva Cesare Pavese: «L’unica gioia al mondo è cominciare. E’ bello vivere perché vivere è cominciare, sempre, ad ogni istante».
Buon cammino! 



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