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2 GIUGNO/ Festa per una Repubblica ancora incompiuta

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E dunque cosa dovremmo festeggiare? La Repubblica, certo. O meglio la data in cui, in un peraltro controverso referendum, gli italiani dissero basta a una monarchia poco rappresentativa del paese e codarda per lanciarsi nell’avventura della forma repubblicana.
D’accordo, è stato meglio così. Ma in questi giorni tutti i media italiani non osannano un film che - con elegante confezione - sostiene che questa storia repubblicana sia stata retta da un “Divo”, cinico e spietato, al centro di fili occulti e sanguinosi di potere? E non è di questi anni e mesi la “scoperta” attraverso libri coraggiosi e spesso osteggiati che la storia della Repubblica non è solo luminosa e progressiva ma porta nel cuore e nel corpo ancora i veleni di una guerra civile mai riconosciuta e giudicata fino in fondo? In questi giorni, poi, non stiamo assistendo alla stupefacente impotenza degli apparati dello Stato repubblicano dinanzi alle emergenze dei rifiuti, o della delinquenza? Festeggiare cosa, dunque? Una forma più libera di vita politica.
Certo, è stato meglio così. Ma non siamo appena usciti da elezioni i cui regolamenti favoriscono l’entrata in parlamento di vassalli e valvassori invece che di scelti dal popolo? E non si è appena assistito a indegne gazzarre fomentate da chiarissimi professori nelle aule universitarie delle più rinomate in nome della libertà? E non è l’Italia un paese fermissimo, sia demograficamente che come sviluppo?
Si facciano le parate, dunque. Si stirino le bandiere che l’ex-Presidente Ciampi ha voluto garrissero nuovamente tra inni e rinnovati empiti di retorica. Ma si abbia il coraggio di dire che si deve festeggiare qualcosa che ancora deve nascere. Qualcosa che già dai tempi di Dante e Petrarca gli uomini più capaci di ideale desideravano come aspirazione: l’Italia. Si riconosca che ancora deve nascere compiutamente. Che non solo gli italiani sono ancora da fare, ma nemmeno l’Italia, forse, è stata fatta. E che prima di lei, appunto, bisogna fare e rifare gli Italiani. Perché le ipotesi di fondare l’Italia dapprima esclusivamente sulla guerra Sabauda, poi sulla sconnessione europea della Prima Guerra e poi sulla Guerra partigiana figlia della Rivoluzione sovietica non sono bastate. E forse tanto hanno contribuito quanto hanno in parte deviato. Si festeggi, ma sapendo che il più è da fare. L’Italia resta ancora un’aspirazione. Che molti fatti contribuiscono a indebolire.
Innanzitutto, si tratta di dare rilievo a ciò che ha sempre costituito il cuore dell’aspirazione di quei primi nostri grandi: il profilo umanistico, nel senso largo di una concezione in cui senso religioso e talento storico delle virtù si coniugano in uno speciale slancio. Senza tornare a quel saporoso frutto dello speciale incrocio tra radice romana e greca, cristianesimo e influssi barbarici e orientali, si inseguirà solo il sogno di una Italia come Amministrazione o come Stato assoluto nato in ritardo. Si festeggi la Repubblica, ma non la si riduca a mera memoria di un atto amministrativo. Si abbia il coraggio di guardare quel che c’è sotto, lo si faccia davvero.



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COMMENTI
02/06/2008 - DAVIDE SCRIVI ANCHE LA SECONDA PARTE (emanuele arghenini)

E' da quando compro Avvenire che leggo con passione e quasi sempre con ammirazione gli articoli di Rondoni,mai banale nè qualunquista,ma profondo ed intelligente,come pochi altri articolisti,secondo me.Anche con questo articolo Rondoni mi ha colpito,non festeggia l'ovvio ed il retorico(come suggeriva Ciampi) nè banalizza la storia e la scia di sangue che dai tempi di Garibaldi e Cavour hanno caratterizzata la nascita ed il consolidamento dell'Italia(vi consiglio la lettura del libro di Socci a questo proposito) Adesso però mi aspetto che Davide faccia l'affondo,dopo aver preparato il campo con il suo ottimo articolo:ci proponga cosa materialmente si può fare,legalmente,costituzionalmente,per far trionfare la cultura e la fede popolana di Dante,del Manzoni,di Cattaneo....Cordiali saluti

 
02/06/2008 - Eppure c'è (Daniele Scrignaro)

“Viva l’Italia, quella da fare” sembra dire ed è vero che il popolo italiano “s’ha da fare” se abbocca smodatamente nella rincorsa al cellulare (dove passa il tempo extra Ipod) o all’iper-ultra-mega centro commerciale (dove passare la domenica chi ancora non lavora la festa). La nonna di mia moglie diceva: meglio quando c’era il re, almeno ne mantenevamo uno solo. Vero. Ma ci sono persone in Italia che (pur pagando “perché sì” la gabella del cellulare) allevano sei figli; curano per undici anni la nonna Alzheimer o per una vita il marito con la sclerosi multipla; fanno straordinari pur di mandare i figli in una scuola che dà gusto e metodo (e dove si sa che il raggio è metà del diametro); stanno sei mesi all’anno all’estero per trovare commesse e tenere in piedi l’azienda; mettono in piedi ogni anno una manifestazione culturale bella e grande con migliaia di giovani e adulti; vanno nei paesi in sviluppo per insegnare a costruire e a gestirsi e non a portare i nostri avanzi; o condividono con la moglie che pure lavora pulizie e spesa di casa – l’elenco continuerebbe come quello del telefono. Persone che sarebbero così in qualunque Stato si trovassero – e lo sono. Mi pare doveroso ricordarle e ringraziarle, non in contraddizione con l’articolo ma a completamento.

 
02/06/2008 - Repubblica (michele maioli)

Sì, la Repubblica italiana non è mai nata. E' stata abortita prima di nascere, l'8 settembre 1943. Gli italiani esistevano, prima del Risorgimento. Se no a cosa si riferiva Dante (Ah, serva Italia, di dolore ostello...)?