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ARTE/ Chagall, quando la bellezza del mondo soccorre l’uomo nella sofferenza

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Data la sua collocazione in uno dei periodi più turbolenti della storia dell’umanità, il complesso di opere creato da Marc Chagall (1887-1985) dai primi anni del XX secolo fino alla sua metà è ancora più sorprendente per la sua perdurante freschezza, semplicità e vivacità.

Nato all’interno della comunità ebraica a Vitebsk (Russia) nel 1887, Moishe Shagal è riconosciuto per la testimonianza pittorica del villaggio dove visse la sua infanzia e delle leggende e tradizioni popolari che avevano animato la sua prima immaginazione. Testimonianza giocosa ed insieme commuovente, data la brutalità della sua realtà contemporanea, dominata dal nazismo. Come giovane artista, la sua esposizione al Surrealismo e ai Fauves a Parigi cementarono il suo stile colorato e fantastico, differendo radicalmente dalle austere geometrie dei Suprematisti russi, da cui si trovava sempre più distante ideologicamente e professionalmente. Chagall invece sviluppò il suo codice di simboli e, attraverso ripetizioni ed elaborazioni, creò un suo mondo pittorico privato, simultaneamente narrativo ed espressionista, personale ed universale, registrando la bellezza del mondo attorno a lui e l’esuberanza nell’interazione con esso. I dipinti di Chagall che ritraggono la sua relazione con Bella, sua moglie, sono esempi supremi della storia d’amore dell’artista con la sua realtà: dipinti assieme, mano nella mano, i piedi della coppia non toccano mai terra, tanto sono presi nell’estasi del loro amore. Caprette che suonano il violino, galli e angeli spesso appaiono in queste immagini, simboleggiando la gioia, la fertilità e la protezione divina che è accordata alla coppia.

 

Mantenere questo ottimismo e gioia sconfinati di fronte alle meraviglie della creazione non era impresa da poco in quegli anni. La carriera artistica di Chagall in Francia fu prima interrotta dalla prima guerra mondiale, e poi ancora nel 1941, quando la sua famiglia fuggì negli Stati Uniti a seguito dell’invasione nazista della Francia. Il respiro e la profondità delle sofferenze dell’umanità, ed in particolare del popolo ebraico cui apparteneva e alle quali Chagall fu esposto durante il corso della sua lunga vita, avrebbero messo alla prova la fede di molti. L’artista tuttavia trovò conforto e coraggio dal dipingere non il terrore di cui aveva fatto esperienza, ma piuttosto la pace e la bellezza in cui sperava.

Questa persistente, fondamentale, buona fede nell’umanità rimase come la caratteristica definitoria delle opere di Chagall per il resto della sua vita. Durante gli anni ‘60 e ‘70 passò gradualmente dalla pittura come sua sola forma di espressione creativa alla realizzazione di vetrate come filtro per il suo sguardo sul mondo. La scelta dei soggetti si volse dal suo universo personale alla storia epica delle dodici tribù di Israele, i prescelti e prediletti dal Signore e sua stessa comunità di fede. Arrivarono quindi un gran numero di commissioni per spazi pubblici, sia ebraici che cristiani, che portarono infine alla fondazione del Musée du Message Biblique a Saint-Paul de Vence, in Provenza, dove era tornato a vivere dopo la fine della seconda guerra mondiale e la tragica morte di sua moglie Bella. Il principio fondatore del Museo e dell’intera estetica di Chagall possono essere riassunti dalle stesse parole dell’artista:

“Ho voluto lasciare [queste opere] in questa casa, così che gli uomini possano tentare di trovarvi una certa pace, una certa religiosità, un senso della vita [...] Forse in questa casa i giovani e meno giovani verranno in cerca di un ideale di fraternità e di amore così come i miei colori e le mie linee hanno sognato”.

[«J’ai voulu les laisser dans cette maison pour que les hommes essaient d’y trouver une certaine paix, une certaine religiosité, un sens à la vie (...) Peut-être dans cette maison viendront les jeunes et les moins jeunes chercher un idéal de fraternité et d’amour tel que mes couleurs et mes lignes l’ont rêvé».]

(Holly E. Worrell)



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