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STORIA/ L' "Impossibile Primavera", la storia della difesa della tradizione culturale europea

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In Cecoslovacchia circolava questa freddura sull’occupazione sovietica: il 21 agosto la moglie sveglia il marito: "Alzati, Pepa, ci hanno occupati!". "Ma va' – risponde il marito – l’URSS non lo permetterebbe…". E invece furono proprio gli Antonov sovietici che nella tarda serata del 20 agosto 1968 atterrarono a Praga-Ruzyn con voli speciali carichi di truppe e attrezzature militari, mentre dai confini di Germania Est, Polonia e Ungheria entravano di sorpresa le truppe motorizzate del Patto di Varsavia. Era scattata l’operazione “Danubio”, elaborata ad aprile, con uno spiegamento di forze che voleva essere una palese dimostrazione di potenza per intimidire politicamente gli avversari dell’URSS.
Cos’era successo nel satellite sovietico più esposto ad Occidente per arrivare a tanto? Da qualche anno la Cecoslovacchia stava uscendo a fatica dalla fase di comunismo staliniano (1948-1953). Negli anni ‘60 fu Antonin Novotny, primo segretario e presidente della repubblica, ostile alla svolta “autocritica” e meno autoritaria varata dal XX Congresso del Partito comunista sovietico (1961), ad introdurre gradualmente in Cecoslovacchia le nuove direttive moscovite. Nella società, la generazione del dopoguerra si stava adeguando ai ritmi del socialismo, e tramite i media iniziarono a penetrare stili di vita occidentali. Nel partito, l’elezione di Alexander Dubcek alla guida dei comunisti slovacchi sottolineò la frattura tra vecchia nomenklatura novotnyana e futuri “riformisti”. La crisi politica, culminata alla fine del ’67, si concluse il 5 gennaio 1968 con l’elezione di Dubcek a primo segretario del Partito comunista cecoslovacco.

Il “nuovo corso” voleva sbarazzarsi dell’accentramento politico e dell’immobilismo burocratico per una gestione più dinamica fra organi istituzionali e amministrativi. Tuttavia il Programma d’azione - come osserva nel suo articolo l’ex-premier slovacco Jan Carnogursky - era vago e contraddittorio: pur riconoscendo libertà e diritti fondamentali, ribadiva il ruolo guida del Partito in tutti gli ambiti che intendeva riformare. Intanto nella società si moltiplicavano le iniziative più imprevedibili e “spregiudicate”: i media si svincolarono dalla censura, singoli individui, associazioni e gruppi si rivolsero alle autorità comuniste con migliaia di richieste, risoluzioni, appelli per il miglioramento delle condizioni di vita, ecc.;  anche la Chiesa cattolica, profondamente segnata dalle repressioni del passato, si accostò con fiducia al “processo di rinnovamento”. Commenta Havel: “La Primavera è stata vista come lo scontro fra quelli che volevano conservare il sistema così com’era e quelli che lo volevano riformare. Così facendo si dimentica che questo scontro era solo l’ultimo atto di un lungo dramma condotto nell’ambito dello spirito e della coscienza della società. All’inizio di questo dramma ci furono da qualche parte degli individui che anche nei momenti più duri riuscirono a vivere nella verità. Il tentativo di una riforma politica non fu la causa del risveglio della società, ma il suo esito ultimo”. Mentre il Maggio francese - rammenta Kundera - “mette in dubbio quello che chiamiamo cultura europea e i suoi valori tradizionali, la Primavera di Praga fu al contrario la difesa appassionata della tradizione culturale europea nel più ampio e comprensivo senso del termine”.

Dai “paesi fratelli” giunsero intanto le prime reazioni allarmate. Dopo i colloqui moscoviti d’inizio maggio durante i quali l’URSS passò alle minacce esplicite, Dubcek si trovò al bivio: proseguire nel processo che aveva innescato e del quale stava perdendo il controllo, oppure obbedire a Mosca che chiedeva il ripristino dell’“ordine”. Il 27 giugno uscì il manifesto delle Duemila parole, il quale oltre a condannare l’epoca staliniana dava un giudizio negativo sullo stesso processo di rinnovamento per aver proposto “idee che in gran parte sono più vecchie degli errori del nostro socialismo”. Fu la goccia che fece traboccare il vaso: condannato dal governo, Mosca lo considerò un “attacco aperto della controrivoluzione”. Seguirono gli incontri a Cierna e a Bratislava, in cui Breznev cercò di convincere con le buone e con le cattive i cecoslovacchi ad attuare un giro di vite, e poi le ultime, drammatiche telefonate d’agosto tra Breznev e un Dubcek ormai esausto, pronto a lasciare. Il 17 agosto l’URSS decise di intervenire per “fornire al partito comunista e al popolo cecoslovacco aiuto e sostegno con le forze armate”. L’“operazione Danubio”, preparata ad aprile, scattò nella notte tra il 20 e il 21 agosto, e la Cecoslovacchia, ignara e rassicurata dalle dichiarazioni dei suoi leader, si risvegliò occupata dai carri armati “fratelli”.

Con l’ingresso del filosovietico Gustav Husak iniziò l’epoca di “consolidamento”, durante la quale il regime comunista si “normalizzò” secondo le direttive sovietiche. Negli anni successivi la paura di rappresaglie e una certa stabilità economica  anestetizzarono la società ricacciando l’uomo nel proprio guscio. Eppure - scriveva Havel - “sotto la superficie tranquilla della ‘vita nella menzogna’ dorme la sfera segreta delle reali intenzioni della vita, della sua ‘segreta apertura alla verità’”: sopravvissero infatti circoli informali dell’intelligencija e, soprattutto in Slovacchia, la Chiesa cosiddetta clandestina. La cultura alternativa circolava nei canali del samizdat, e alla seconda metà degli anni ’70, con l’iniziativa informale Charta 77, l’avventura del dissenso riprese con maggior vigore.

La mostra -  "L’impossibile primavera", curata da Sandro Chierici e allestita presso il Meeting di Rimini del prossimo agosto, ripercorre con decine di fotografie, corredate da testi e documentari video dell’epoca, in particolare i giorni dell’invasione: dall’arrivo dei tank all’impossibile dialogo tra la popolazione civile e gli occupanti, convinti di aver a che fare con la “controrivoluzione”. Dalla resistenza passiva (secondo lo slogan: “Non un tozzo di pane agli invasori!”), intrecciata all’impossibile speranza dei colloqui fra i leader sovietici e quelli cecoslovacchi internati a Mosca, alla voglia di sopravvivere indipendentemente dal pugno di ferro dell’ideologia. Dal “tempo dell’umiliazione”, dopo la drammatica resa di Dubcek, l’avvio della “normalizzazione” e il ritorno al passato, fino al gesto estremo di Jan Palach nel gennaio 1969 (di cui si presenta un drammatico frammento video). Infine la contestazione pubblica dell’agosto successivo, primo anniversario dell’invasione, duramente repressa dalla polizia cecoslovacca e non più dalle forze d’occupazione: fu l’ultima manifestazione pubblica di dissenso prima del novembre 1989.

(Angelo Bonaguro, Fondazione Russia Cristiana, come anticipazione del prossimo numero de La Nuova Europa)



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