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CULTURE/ L’autenticità della ragione alla base del dialogo tra occidente e oriente

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Religione, cultura, lingua: sono tanti gli elementi che fanno sembrare il lontano oriente un luogo totalmente altro rispetto all'occidente. Un luogo che però negli ultimi decenni si è fatto sempre più vicino: sia per gli scambi commerciali sempre più intensi; sia per un fascino che è andato crescendo, magari anche con accenti un po’ ambigui, nei confronti della saggezza e del senso di armonia che sprigionano dal pensiero e dalla religiosità orientali.
Ora anche il testo cardine del pensiero e del magistero di don Luigi Giussani, Il senso religioso, approda nel “Far East”, grazie all’opera di traduzione in lingua giapponese. Francesco Sisci, inviato in Cina de La Stampa, sposato con una cinese e là residente, è certo persona che conosce dall’interno la cultura orientale. Da questa prospettiva “privilegiata” ci propone la sua riflessione sull’importanza di questa traduzione: il concetto di “ragione” e “realtà” sviluppato da don Giussani può essere una base fondamentale per il dialogo tra le due culture.

 
Sisci, partiamo innanzitutto da una constatazione storica: è ormai da secoli che occidente e oriente si conoscono, eppure continuano a sembrare culturalmente due mondi diversi e quasi alternativi l’uno all’altro. C’è la possibilità di un avvicinamento più forte di quanto fatto fino ad ora?
 
Un elemento che ha un’importanza storica assolutamente rilevante per il dialogo tra occidente e oriente è da vedersi nella grande opera che fecero i gesuiti tra il 1500 e il 1600: non fu una semplice traduzione, ma direi quasi una sorta di traduzione antropologica di certi portati religiosi e culturali in oriente. Il successo che ebbero allora i gesuiti in Cina, Giappone e Corea è segno che è possibile aiutare profondamente il dialogo culturale tra i due mondi. Senza questo scambio, di cui la religione cristiana è parte essenziale nel nostro mondo e nella nostra storia, il rapporto oriente-occidente diventa solo uno scambio politico e commerciale, che rischia di essere troppo poco per quello che c’è in gioco.
 
Parliamo della traduzione in giapponese de Il senso religioso: che contributo può dare al dialogo tra cultura orientale e occidentale?
 
Quello che io vedo da “esterno” – non essendo né uno specialista di Giussani, né un orientale – è lo sforzo in atto in quest’opera. Nel testo di Giussani ci sono due forze di leva che possono essere basilari anche per la cultura orientale: innanzitutto il senso della ragione non estremizzata, una ragione intesa come ragionevolezza. La nostra ragione occidentale, che parte da lontano, a volte perde questo aspetto, e diventa paradossalmente irragionevole. In Giussani invece la ragione non viene mai estremizzata o assolutizzata. Non ci sono quelle fughe in avanti della ragione, che da Parmenide in poi hanno accompagnato il nostro pensiero: un assolutismo della ragione, come se essa potesse sostituirsi a tutto, alla realtà.
 
L’altro elemento essenziale qual è?
 
L’altra cosa forte è il senso della realtà, e della concretezza. Anche in questo caso, però, non è una realtà assolutizzata, ma ragionevolmente intesa. Questi sono elementi fondamentali per il pensiero cinese. Il mondo cinese, di cui il Giappone in qualche modo è parte, non crede nella ragione che diventa assoluta e quindi irragionevole: la ragione si deve confrontare con la realtà, e la realtà è un elemento forte, vero, di confronto. Ecco perché secondo me questi due elementi possono e devono essere le basi di confronto filosofico e di pensiero profondo.
Trovare questa base di ragionevolezza nel confronto, anche commerciale, tra occidente e oriente, che era stato tentato dai gesuiti nel XVI e XVII secolo, è fondamentale, altrimenti si arriva necessariamente allo scontro, a uno scambio brutale che diventa contrasto. Quando io non riesco a trovare il prezzo giusto per lo scambio commerciale, allora mi metto a litigare. Questo è il grande rischio che personalmente vedo.
 
L’opera di evangelizzazione dei gesuiti non è stata dunque “colonizzazione” culturale, ma può essere un punto di riferimento per impostare il dialogo anche oggi?
 
I gesuiti prima si sono convertiti, poi hanno convertito. Prima si sono fatti cinesi e giapponesi, hanno conosciuto la grammatica del pensiero locale, e poi hanno fatto il loro lavoro di evangelizzazione. Ecco perché i gesuiti hanno “convertito” sia a oriente che a occidente; l’opera di traduzione di testi orientali in lingue occidentali e in latino, fatto dai gesuiti in quell’epoca, ha rinnovato completamente il pensiero e la cultura europea. Le traduzioni di Confucio e di Zhu Xi hanno ad esempio influenzato molto Leibniz. Questo è stato il grande sforzo e la grande capacità dei gesuiti. Chi vuole invece imporre semplicemente e duramente spiritualità e cultura occidentale come se gli orientali fossero dei selvaggi che non hanno cultura, allora falliscono. Quindi non c’è altra via che quella dei gesuiti, di capire profondamente la cultura di questi popoli e dopo averla capita tradurre sia il pensiero locale che il pensiero nostro.
 
E Giussani come si colloca in tutto questo?
 
Nel fatto che la base di questo lavoro di confronto reciproco è quello che vedo in questo lavoro di don Giussani: il riconoscimento della realtà e della ragione non assolutizzate. Il mondo cinese ha molta difficoltà e trova irragionevoli le spirali di razionalismo occidentale, per cui nulla si può conoscere al di là della ragione. Perché uno lo sa, lo percepisce, lo vede quando apre gli occhi tutti i giorni che questa ragione “impazzita” è, appunto, qualcosa di folle: se nulla si può conoscere al di là della ragione, come potremmo anche semplicemente mangiare tutti i giorni?
Questa concezione di Giussani, invece, può essere una base forte, certo. Ma dobbiamo essere noi i primi a renderci conto che la ragione non può essere assolutizzata.
 
Sulla scorta della sua esperienza diretta a contatto con il mondo asiatico, come secondo lei si declina la percezione del senso religioso nel mondo orientale?
 
Fino a vent’anni fa era di moda dire, anche sulla scorta del successo del comunismo, che i cinesi o il mondo orientale in generale non era religioso. Non è così: come diceva un mio professore, è quello che noi intendiamo come religiosità che là è diverso. Il nostro senso religioso è figlio di una tradizione metafisica, mentre il mondo orientale ha una concezione religiosa che trova spazio nella fisica, cioè nello stesso mondo fisico. Non è panteismo, come potrebbe sembrare a prima vista, ma la convinzione che il senso religioso già “dimora” nella realtà. Una “religiosità nella realtà”, per così dire, che mi sembra essere stata riscoperta anche dal mondo cattolico in questi anni. È in questa religiosità che si può ascoltare e percepire questo mondo e quando questo avviene, ci si sente senz’altro più vicini e più veri. È una religiosità diversa, certo, da come la sentiamo noi e non è solo il frutto della tradizione buddista o taoista, ma è data da un senso della divinità che ci circonda e che deve essere appena scoperto, senza bisogno di fare voli pindarici.


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