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Bondi: il vero protagonista è chi compie una rivoluzione interiore e crea valore nella società

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In occasione dell'invito rivolto dal Meeting di Rimini a Sandro Bondi, per la presentazione del libro di Ugo Finetti Togliatti & Amendola. La lotta politica nel PCI. Dalla resistenza al terrorismo, ilsussidiario.net ha intervistato il Ministro dei Beni e delle Attività Culturali in merito al titolo della kermesse, al principio di sussidiarietà e al ruolo storico del PCI nel nostro Paese


Ministro Bondi, il Meeting 2008 porta il titolo di “O protagonisti o nessuno”. Qual è la sua riflessione su questo tema, e qual è secondo lei il vero significato della parola “protagonista”?


Il titolo del Meeting di quest’anno è veramente bello e suggestivo, ricco di implicazioni. Essere protagonisti significa saper creare valore ed aiutare gli altri a fare altrettanto. Ovunque. Nel luogo di lavoro, nella famiglia, nella società, nella politica. Il capitale umano non è un concetto astratto, richiama il valore dell’uomo, sarei tentato di dire il valore ontologico della persona, la concretezza del talento individuale e del significato di quest’ultimo come volano dello sviluppo e della crescita etica ed umana della società. Questa è la rivoluzione dell’io, la conversione, che parte dall’interno per poi diffondersi all’esterno. La rivoluzione interiore, come la chiamava Aldo Moro, che ci eleva moralmente e spiritualmente. Ecco, questo, per me, significa essere protagonisti. Se non si lavora per questo, si è nessuno. C’è, in sostanza, l’anonimato, la folla, l’indistinto, l’omologazione, come direbbe Pasolini. In ultima analisi, si tradisce la vocazione umana essenziale, che deve condurre all’umanizzazione della storia e della società. Essere protagonisti è anche l’unico modo per cambiare la società.


Il principio di sussidiarietà si è venuto affermando come principio guida per uno sviluppo non ideologico della vita sociale e politica. È possibile secondo lei declinarlo anche in campo culturale? Che significato può avere la sussidiarietà in ambito culturale?


Per rispondere in maniera adeguata alla domanda, è necessario riprendere i termini costitutivi della categoria di “sussidiarietà”. Essa si pone non come alternativa secca ed ideologica all’intervento dello Stato nella vita sociale, economica e culturale, ma come radicalizzazione ed approfondimento dell’opera dell’io che, creando realtà nuove insieme agli altri, favorisce il progresso civile, sociale, economico e culturale della comunità nella quale vive. Ecco, allora, emergere il nodo autentico della creazione delle nuove realtà umane e della creatività: la libertà. È la libertà, infatti, la scaturigine di tutto. E da questo livello della questione dobbiamo partire. Ora, domandiamoci: com’è possibile concepire, pensare, anche soltanto immaginare, la cultura, dunque la matrice del coltivare l’umano – perché questo significa “cultura”, dal verbo latino còlo, coltivare, come il contadino, la terra -, senza presupporre la libertà? Come si può desiderare di avere cultura e di produrre cultura, così come di tutelare e valorizzare adeguatamente la cultura, senza l’implicazione chiara, netta, puntuale della libertà? Allora, quando diciamo “sussidiarietà nella cultura” coinvolgiamo direttamente la libertà in ogni sua forma, dalla liberalizzazione del cinema - con il tax shelter e il tax credit, che è poi, il primo, un principio liberale di uso, per così dire, creativo delle risorse individuali e, il secondo, un criterio di intervento mirato dello Stato – alla tutela da parte delle comunità locali del proprio valore immateriale, vale a dire la cultura di quel popolo. Tutto ciò che chiama in causa la libertà e viene promosso dal basso - fin dove si può, e là dove non si riesce ad arrivare, ci pensa lo Stato - ecco questa realtà, nel suo complesso, io la definisco “sussidiarietà creativa”. In sostanza, lo Stato tutela e favorisce; le persone e le comunità creano e diffondono. Non penso, dunque, ad uno “Stato culturale” e padrone, anzi, sono a favore di uno Stato valorizzatore e sostenitore anche nella dimensione culturale della ricerca del bello e della sua diffusione. Ho parlato, non a caso, fin dall’inizio della mia esperienza al Ministero dei Beni Culturali, di “politica della bellezza”. Ci vuole tempo, naturalmente, ma ora sta cominciando a declinarsi, nelle modalità concrete che ho tentato sopra di descrivere. Penso, così, ad uno Stato liberale e non accentratore. Pensiamo agli effetti di questa vera e propria rivoluzione metodologica nel campo della cultura e della scuola.

 

Lei parteciperà ad un incontro di presentazione del libro “Togliatti e Amendola. La lotta politica nel Pci. Dalla resistenza al terrorismo”. Il nostro paese è stato a lungo segnato da una cultura dell’egemonia (secondo la nota tesi gramsciana) legata ad una certa visione del primato ideologico della politica. Che ne pensa? A suo avviso questa fase può dirsi superata? Come uscirne?

 

L’Italia è stata segnata profondamente dalle ideologie novecentesche. Da questo punto di vista, l’Italia ha sempre rappresentato una sorta di laboratorio politico permanente. A quarant’anni dal ’68, ce ne rendiamo ancora più conto. Le ideologie hanno poi creato una macchina organizzativa efficiente, che ha permesso di regolare e controllare lo Stato. L’egemonia nasce quando il comunismo italiano si rende conto di poter controllare soltanto la società. Gramsci azzarda molto sul terreno dell’analisi proprio sulle metamorfosi possibili della società italiana. Togliatti esce dal solco gramsciano e insegue una democrazia socialista che non approderà mai, neppure con Enrico Berlinguer, alla piena accettazione della democrazia occidentale bensì alla ricerca di una rivoluzione socialista nel cuore dell’Europa. Sono due momenti – il primo, intellettuale; il secondo, politico – che hanno condizionato largamente la politica italiana. Ma questo è il passato. Perché, occorre puntualizzarlo bene, il primato ideologico della politica, concepito nei termini di una conquista della società, è certamente uscito di scena. Ciò non significa che le ideologie siano finite, come troppo frettolosamente si è detto, in questi anni. Anzi, autori come Finkielkraut e Kagan, di diverso orientamento e formazione culturali, dicono, su questo punto, la stessa cosa: altro che “fine della storia”, il mondo globalizzato è pieno di ideologie. Aggiungo: anche sulla Rete ne circolano moltissime. Solo che queste ideologie sono dislocate in contesti “micro”, non hanno portata generale e universale, ma sono in qualche modo contestuali, ambientali, locali. E d’altra parte, la globalizzazione assume spesso forme di “glocalismo”. Uscire dalle ideologie “classiche”, a ben guardare, non è stato poi così drammatico; c’ha pensato, in fondo, la modernizzazione, dagli anni ’70 agli anni ’80. Riaprire la partita sul terreno della società e della cultura, invece, risulta più difficile. Certo è, comunque, che è necessario recuperare, oggi, una visione globale della realtà, della cultura e della politica, il che significa attraversare i singoli momenti della vita, anche quotidiana, con un progetto per le città, le periferie, la scuola, i musei. Una visione e una missione storica. A favore della vita dei cittadini, degli uomini e delle donne del nostro tempo. Un’operazione dal basso, non più dall’alto, come ci ha ricordato Giuseppe De Rita con la sua testimonianza che condivido completamente.


 


 



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