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Appelfeld: attraverso l'arte cristiana ho riscoperto la mia fede ebraica

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Capire l’uomo con gli occhi di un bambino

Sono nato in una famiglia ebrea, anche se atea e razionalista. Nella nostra casa non c’era nulla di ebreo perché i miei genitori si consideravano europei e il tedesco fu la mia lingua fino all’età di otto anni. A volte chiedevo «chi è Dio?» e mi rispondevano: «la natura».
Vedendo i miei nonni pregare di sabato però, insistevo nel sapere perché lo facessero e se stessero pregando la natura, ma per i miei genitori era solo una routine, un’abitudine mancante di significato. Il fatto che avessero perso la fede dei propri genitori mi portava una sensazione molto dolorosa. Avevano abbandonato la fede dell’ebraismo ed erano sicuri, certi, di essere europei. Purtroppo gli europei non li accettarono come “europei” e i tedeschi come “tedeschi” e si ritrovarono così sradicati.

 

Ancora bambino venni diviso da mio padre; mia madre era già stata uccisa e dovetti fuggire ritrovandomi solo e senza alcun tipo di istruzione.
Vivendo nei boschi imparai a mangiare tutto ciò che offriva la natura e un giorno, durante un terribile inverno, venni adottato da un gruppo di criminali ucraini. Un russo o un ucraino decente non avrebbero mai accettato un bambino di dubbia origine, quindi entrai in questa banda: la mia seconda scuola, che mi riservò una lezione molto lunga. Come le altre bande avevano bisogno di cani e di bambini e mi trovai, a volte, a dover fare entrambe le cose. Potevano essere terribili, ma anche delle brave persone e con loro guadagnai gli strumenti che mi permisero di capire gli esseri umani.

 

Il destino, che mi avrebbe portato verso la scrittura, mi permetteva di vedere il bene, il male, la generosità, l’odio, la brutalità e tutti i sensi dell’essere umano. I bambini, pur senza avere tutta una serie di nozioni, riescono a cogliere il lato arcaico, mitologico della vita, ciò che l’uomo maturo non coglie più. Sono delle creature “religiose”.
Non si può essere artisti senza l’ingenuità del bambino, all’arte infatti viene richiesta una profondità mitologica primaria, il resto è accessorio, conseguente. La mia scrittura deriva da ciò che ho visto da bambino e la gran parte dei miei personaggi ha un legame con il divino, anche se talvolta inconsapevole.

 

Mentre stavo con quei criminali portavo dentro di me un segreto: il fatto che fossi ebreo e circonciso. Se si fosse saputo sarei morto, per questo era un segreto terribile e dolce allo stesso tempo, pensavo: «Che bello, sono ebreo: sono una persona speciale e loro non lo sanno».
Arrivai in seguito in Italia, la mia prima “terra promessa”. Mi ritrovai vicino a Napoli con molti altri profughi in un paese pieno di sole, con un bellissimo mare e un popolo meraviglioso. Per questo anche se vi rimasi solo tre mesi, in tutti i miei romanzi è possibile ritrovare un pezzettino d’Italia. Ero solo, assieme a tanti altri bambini profughi e persone senza volto e, ancor più importante, senza una meta e un fine. In questo stato giunsi in Israele.

 
 
Riscoprire le radici grazie alla Bibbia

In quegli anni Israele era un paese ideologicamente laico e l’ebraico mi riportò all’essenza dell’essere ebreo e agli obblighi che ne derivano. Era essenziale per me mantenere la fede, continuare a essere vicino ai miei genitori e mantenere un legame stretto con la vita dei miei nonni.
Il popolo ebraico un tempo credeva in Dio e per molte generazioni era stato disposto a morire per la propria fede. Improvvisamente però tutto ciò aveva perso di significato, la fede si era fossilizzata, ma questo sembrava non importare a nessuno, nemmeno all’establishment religioso.

  

Lavoravo in un kibbutz e incontrai le prime difficoltà con lo studio della lingua ebraica. Ero abituato a lavorare, non a studiare, ciononostante imparai le parole della lingua quotidiana e iniziai a studiare la Bibbia: un libro meraviglioso, con una lingua molto semplice, con pochi aggettivi, che elenca i fatti con un linguaggio apparentemente minimalista, ma che trasmette qualcosa del Divino anche senza parlarne direttamente. Gli “eroi” della Bibbia, diversamente da noi, sono legati alla terra e al cielo nello stesso momento e allo stesso modo! Fu il primo veicolo per un più ampio e vero concetto del mondo e mi diede le parole per diventare ebreo.

 

Da giovane mi rendevo conto che dovevo dare un significato, un senso alla mia vita, una speranza, perché il pericolo che corre chi ha vissuto l’esperienza dell’Olocausto e ha visto così tanto male è quello di diventare cinici.
La mia esperienza dell’Olocausto non è stata né laica né razionale, ma impossibile da spiegare. Non c’è una risposta razionale all’odio sperimentato nei confronti degli ebrei, è qualcosa di irrazionale. «Chi siamo per essere odiati così?» è la domanda che ancora mi tortura e che non può essere affrontata con gli strumenti della psicologia, della sociologia o della politica.

 

L’essere ebreo per me rappresenta tuttora un grande mistero. Mi ci vollero molti anni per avvicinarmi, per identificarmi con la sofferenza degli ebrei, con l’apprendimento, con le lezioni degli ebrei. Martin Buber, mio maestro all’università, Gershon Sholem, Hugo Bergmann, erano come me, profughi che provenivano dalle Università europee e che si erano stabiliti in Israele. Buber mi ha regalato le chiavi per capire la Bibbia e il chassidim, Sholem mi ha dato le categorie per capire la cabala e Bergmann mi ha dato quelle del pensiero ebreo moderno.

 

Ho avuto dei maestri meravigliosi. Non erano delle persone religiose e come me provenivano da famiglie assimilate e da un ambiente pervaso dalla volontà di diventare europei, ma avevano il senso della religiosità ebraica. Anche non essendo religioso praticante in senso ortodosso, mi considero una persona religiosa e ho la percezione netta che la nostra vita non sia priva di un fine: siamo qui, abbiamo uno scopo e dobbiamo fare qualcosa.

 

L’arte, porta d’ingresso alla religiosità

Ho la sensazione che sia possibile avvicinarsi alla dimensione religiosa attraverso l’arte. Essa, siccome tocca qualcosa di primario è uno dei mezzi, dei veicoli in direzione della religiosità.
Ho percepito il senso religioso ascoltando Johann Sebastian Bach, la sua musica è stata per me la porta di ingresso verso i libri ebraici, il portone per poter poi leggere i testi della mia tradizione. Era come se avessi bisogno di un input sensorio e Bach per me è stato questo.

 

Penso che le persone che hanno una conoscenza profonda dell’arte o che la creano sono coloro che hanno una qualche forma di apertura, uno spiraglio nei confronti della religiosità, anche se inconsapevole.
Ricordo la grande impressione che mi fecero le due cameriere che erano nella casa dei miei genitori, quando estraevano le loro icone e cadevano ai loro piedi in ginocchio per pregare. Fu forse la prima espressione religiosa concreta che incontrai. Ogni tanto capitava che durante le passeggiate passassimo dalla chiesa, in cui ammiravo questo grande spazio vuoto decorato e in cui trovavo la figura di Gesù, da cui usciva molto sangue e che mi faceva paura. È un interessante paradosso: sono arrivato alla fede e alla religiosità tramite il cristianesimo.

 

A un certo punto accadde un miracolo: a vent’anni circa iniziai a scrivere. Questo mi restituì immediatamente i genitori, i nonni, la città in cui ero nato, la casa, le cose meravigliose che accadono tra genitori e figli, il silenzio nella casa dei miei nonni. Non mi sono mai sentito orfano, ho sentito di avere una famiglia e ho ritrovato la fiducia nella vita.

 

Quando si diventa scrittori bisogna imparare che tutto ciò che si scrive dovrebbe avere l’autenticità del dettaglio del particolare. Aby Warburg, scrittore ebreo e studioso del Rinascimento, era solito dire: «Dio è piantato nei dettagli, nei particolari e non nella generalità, perché tutto non ci è dato di percepirlo». L’arte fornisce l’aspetto particolare della vita, i particolari della vita, non le teorie astratte. Lo scrittore ha a che vedere con una persona, con un bambino che ha un nome, che vive in un luogo, il particolare è quindi una necessità per qualsiasi forma d’arte. D’altro canto la buona arte deve avere un’importanza universale: se non è universale, non è arte. La Bibbia è unica in questo senso: è molto dettagliata nel particolare, parla di una tribù particolare con tutte le cose buone e cattive di quella tribù specifica, ma è universale, è un libro dedicato all’universale.
Da scrittore faccio finta di essere uno scrittore ebreo che parla dell’ebreo moderno, dei problemi dell’ebreo moderno, ma ho la sensazione di scrivere per tutti.



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