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Protagonista è chi si sente chiamato per nome

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L’uomo per sua natura aspira a essere protagonista della propria vita, del tempo che gli è dato. Secondo la tradizione giudaico-cristiana l’essere umano è colui che dà il nome a tutte le creature, cioè cerca il senso di tutte le cose. Ma oggi dobbiamo constatare un’estrema debolezza del soggetto umano, il quale non riesce veramente a interessarsi più di nulla. È come se qualcuno ci avesse convinto che la realtà non ci riguarda se non marginalmente, e che possa essere ridotta a ciò che di essa noi decidiamo di scegliere.

Questa crisi del rapporto con la realtà ha portato anche a un’aridità come tenore della conoscenza. Sappiamo tante cose, ma ci lasciano come prima, non suscitano un istante di commozione. Nell’ambito scientifico, ad esempio, quasi ci si vergogna che resti un residuo di stupore di fronte a ciò che osserviamo e scopriamo. In realtà è proprio quello stupore che apre alla conoscenza perchè, come diceva Max Planck, “Chi ha raggiunto lo stadio di non meravigliarsi più di nulla dimostra semplicemente di aver perduto l’arte del ragionare e del riflettere”.

Qual è l’origine di questo profondo dissesto? Benedetto XVI nella Spe Salvi descrive sinteticamente la pretesa moderna: «Il progresso è il superamento di tutte le dipendenze ed è progresso verso la libertà perfetta». Ecco la svista dell’uomo moderno: identificare la propria realizzazione con il “superamento di tutte le dipendenze”. Pensare che la personalità, la creatività, il protagonismo nascano dall’autonomia, dall’appartenere a se stesso, dall’avere come centro se stesso.

A questa situazione risponde don Giussani: ”Protagonista non vuol dire avere la genialità o la spiritualità di alcuni, ma avere il proprio volto, che è, in tutta la storia e l’eternità, unico e irripetibile”. Don Giussani, nell’epoca contemporanea, ha avuto il coraggio di riconoscere fino in fondo la natura irriducibile di ogni io umano, il valore infinito della singola persona. E noi possiamo renderci conto di questa irriducibilità, osservando l’esperienza: significa sorprendere nella propria umanità un’attesa, una capacità di infinito che sfonda qualunque riduzione sociologica o pseudo-scientifica. La natura ci ha dotati di un cuore che ci fa ribellare a qualunque schema pretenda di rinchiudere il nostro io in un perimetro finito. Non si tratta di un sentimento vago, ma di un’esigenza radicale. Credo che un uomo non potrebbe più vivere senza la segreta certezza di non essere assimilabile a nulla di ciò che lo precede e lo circonda.

Ma da dove viene questa irriducibilità? Non è una nostra capacità o volontà, ma un dato di fatto: il mio io non si fa da sé, è fatto da un Altro, in ogni momento. È un’evidenza accessibile alla ragione – Giussani diceva che è la più grande evidenza in senso assoluto. La consistenza della personalità, allora, non sta nella pretesa di autonomia, ma nella coscienza di una Presenza, reale e misteriosa, da cui il mio io sorge. Protagonista è l’uomo che continuamente si accorge con stupore che il proprio io è generato da qualcosa che non è lui, da un Infinito, da qualcosa di Altro-da-sè.

L’uomo cosciente della propria irriducibilità è inassimilabile a qualunque potere, democratico o totalitario che sia. I primi cristiani preferivano morire che identificarsi con Cesare. Un uomo libero come Solženitsyn ha messo sotto scacco l’intero regime sovietico. Nel secolo scorso le dittature cercavano di soffocare la persona con l’isolamento e la violenza fisica. Oggi, paradossalmente, lo smarrimento dell’io sembra favorito da un eccesso di comunicazione e di possibilità di scelta. È quasi una nuova ideologia. In un mare infinito di possibilità equivalenti siamo apparentemente più liberi, ma in realtà siamo ancora più confusi. Perché? Perché l’io è qualcosa di unico. E prima che di scegliere e comunicare, ha bisogno di incontrare, di amare e di essere amato.

Se l’uomo appartiene a se stesso, fino a dove può arrivare il suo potere? La scienza moderna ci fa vedere con chiarezza l’abisso della vastità del mondo, l’immensità dello spazio e del tempo, al cospetto dei quali qualunque potere umano risulta insignificante, oserei dire ridicolo. Ma c’è qualcosa nel singolo uomo che regge il confronto con l’immensità del cosmo? Per Dante, ogni circostanza umana è una circostanza cosmica: quando egli descrivere l’istante della sua avventura, il suo amore per Beatrice, la sua scoperta di Dio, sempre lo colloca nel contesto cosmico. L’uomo è questo rapporto con la totalità. E la visione attuale dell’universo sembra esaltare ancora di più il rapporto affascinante fra l’io irriducibile e il cosmo nella sua evoluzione e vastità. Se l’io è irriducibile rapporto con l’infinito, allora c’è qualcosa nella singola persona che non si azzera al cospetto del grande mare dell’universo. È il paradosso della condizione umana: un “quasi nulla” che ha la capacità dell’infinito. Togliete questo, e ditemi come si può ragionevolmente difendersi dalla mercificazione della vita umana.

Mantenere la coscienza di sé come rapporto con l’Infinito è arduo, impossibile per i più. Il potere tende a soffocare la libertà. Ma non è tutto: c’è anche una strana rinuncia propria dell’io, quasi volesse poter fare a meno di se stesso, della sua libertà.

Che cosa può far ritrovare se stessi? Solo un amore incontrato, una presenza in cui ci si imbatte e che afferma il tuo essere. Il cristianesimo è questo invito inaspettato che ti cambia la vita, è l’incontro con uno che ti guarda e ti dice «anche i capelli del tuo capo sono contati». Uno incomincia a essere protagonista quando si imbatte in qualcuno, in una presenza, per cui si accorge di essere guardato, voluto, considerato, chiamato per nome. Questo ti fa dire “io” con una tenerezza e una dignità inconcepibili. L’unica vera condizione per essere veramente protagonisti allora è, paradossalmente, la semplicità, l’umiltà. Perché siamo dei poveretti, mancanti, bisognosi. Anzi “siamo bisogno”: l’uomo è questo grido nell’universo. E siamo capaci di tradimento, di viltà. Desideriamo vivere, ma siamo tentati di rinunciare a vivere, come tutti. Per questo non abbiamo altra risorsa, in fondo, che la mendicanza di Lui, come ha detto don Giussani: «Il vero protagonista della storia è il mendicante: Cristo mendicante del cuore dell'uomo e il cuore dell'uomo mendicante di Cristo».



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COMMENTI
28/08/2008 - che linguaggio è? (Silvio Restelli)

Quando ho visto la qualifica di astrofisico, che accompagnava il suo nome, mi aspettavo di leggere qlcosa che derivava dalla ricerca nel campo della sua scienza. Mi trovo di fronte un discorso a metà tra il filosofico e il teologico di fronte al quale mi viene da chiedere: ma che cosa c'entra l'astrofisica in quello che dice? E ancora: la scelta tra la filosofia e la teologia (la posizione di don Giussani e la tradizione metafisica giudaico-cristiana) è necessaria per impostare un dialogo con l'interlocutore. L'evidenza della ragione è cioè l'unica autorità che porta a fare certe affermazioni o c'è altro?