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RECENSIONI/ La storia di un padre e un figlio nell'America dei conquistadores

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Il romanzo di Metalli si sviluppa negli anni 1519-1521 ed è ambientato tra Santo Domingo (allora conosciuta come Hispaniola), Cuba (chiamata la Juana in omaggio alla regina) e l’antico Anáhuac, l’area di influenza Atzeca, corrispondente all’attuale Messico. Il protagonista è un ipotetico soldato, un fante – Alvaro del Cerro - che si reca nell’Hispaniola prima, a Cuba poi, per arruolarsi nella spedizione di Hernán Cortés. Lo accompagna il figlio diciannovenne, Santiago.

Alvaro del Cerro, di professione scrivano di villaggio, è un uomo del suo tempo, un amalgama inestricabile di religiosità, spirito di avventura, sete di ricchezza, anch’egli coinvolto nell’effervescenza degli anni immediatamente successivi alla scoperta, provocata in Spagna dalle notizie raccolte da Cristoforo Colombo sul Nuovo Mondo. Il figlio di Alvaro, Santiago, lo si immagina partecipe di questo clima, ma maggiormente influenzato dalle posizioni intellettuali, allora emergenti, degli ordini monastici che accompagnavano la conquista come un'avventura spirituale volta alla conversione di genti, alla cristianizzazione di nuovi territori, alla loro incorporazione alla cristianità. I due diversi temperamenti – quello del padre e quello del figlio - emergono, dialettizzandosi tra di loro, durante i preparativi della spedizione di Cortés, fino allo sbarco e alle prime battaglie con gli indi Maya della costa. In una di queste battaglie Santiago scompare, ucciso – è quel che crede il padre – dagli indi.

Il fatto scuote Alvaro del Cerro, ma la spedizione prosegue: sullo sfondo, accuratamente evocati, la figura di Hernán Cortés e i principali capitani che hanno preso parte alla conquista del Messico (Alvarado, Sandoval, Ordás e altri), e gli episodi che hanno portato alla distruzione dell’impero Atzeca: dall’affondamento delle navi alle battaglie con i tlaxcaltechi, dalla fondamentale alleanza con questi ultimi fino all’ingresso pacifico delle truppe di Cortés a Tenochtitlán, dall’enigmatico rapporto di Cortés con Montezuma alla morte dell’imperatore Atzeca, dalla sollevazione dei méxicas alla disastrosa fuga degli spagnoli dalla città sul lago, fino all’assedio e alla riconquista di Tenochtitlán, grazie, soprattutto, alla costruzione e all’utilizzo di dodici brigantini che permettono agli spagnoli il controllo incontrastato del lago. In un momento della marcia verso la capitale Atzeca, Alvaro del Cerro apprende che il figlio è vivo e ha volontariamente deciso di stabilirsi con gli indigeni, come tendevano a fare i frati domenicani e francescani che allora accompagnavano la conquista e talvolta la precedevano. Alvaro del Cerro non capisce questa decisione, ne resta confuso. Il romanzo volge all’epilogo. Nel corso di un’azione di pattugliamento del lago Alvaro del Cerro viene catturato dai messicani e rinchiuso all’interno del Tempio maggiore in attesa d’essere sacrificato. La parte finale del romanzo è un incalzante succedersi di fatti, sentimenti, reazioni davanti alla prospettiva – terribile per uno spagnolo dell’epoca – di venir sacrificato agli idoli degli Atzechi.

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