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Roccella: la mia vita è cambiata, ma non ho buttato a mare nulla del mio passato

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Giunge alla giornata conclusiva il ventinovesimo Meeting di Rimini. E come è ormai consuetudine, l’incontro che chiude la settimana riminese è dedicato alla presentazione di un nuovo testo di don Luigi Giussani: quest’anno è la volta del volume dal titolo “Uomini senza patria”, che raccoglie gli appunti di incontri con studenti universitari tenuti da Giussani negli anni ’82 e ’83. Altrettanto tradizionale il fatto che a presentare il testo di Giussani non vengano invitati teologi o esperti in materia: è invece consuetudine vedere sul palco personaggi di estrazione diversa, dal mondo politico a quello economico, chiamati a paragonare la propria esperienza di persone che vivono nel mondo con quanto detto da don Giussani.

Quest’anno è la volta di Eugenia Roccella, neoletta nelle file del Pdl e nominata sottosegretario al Welfare. 

Onorevole Roccella, oggi parla all’incontro di presentazione del libro di don Giussani “Uomini senza patria”: che cosa la lega a don Giussani e alla storia di Comunione e Liberazione?

Da alcuni anni a questa parte è cominciato un rapporto molto stretto con persone di CL, il che sottintende un feeling reciproco. Questo feeling è fatto di rapporti con singoli persone, di letture e anche dall’incontro con don Giussani. “Uomini senza patria” non è certo il primo libro che leggo; e anche nelle precedenti letture c’è sempre stata un’affinità con le parole d’ordine di Giussani e di Cl. Giussani, tanto per fare un esempio, non parla mai di “vita”, troppo spesso usata e quindi abusata: parla di “umano”. C’è una differenza fondamentale: non è un concetto astratto e ipostatizzato, ma è calato dentro un tessuto di esperienze e di relazioni. 

Lei è nota per il fatto di provenire dall’esperienza del femminismo, diciamo così, militante: che cosa rimane di quell’impegno? 

Io provengo dall’esperienza femminista e so che le femministe non godono certo di buona fama, soprattutto fra i cattolici. Ma sono convinta che il pensiero femminista, soprattutto delle femministe storiche, sia ben poco conosciuto. Il femminismo invitava a partire da sé e dalla propria esperienza, e questo è ciò che ho profondamente ritrovato in Cl: giudizi che non sono mai astratti, mai semplicemente etici, ma calati dentro un rapporto. Questo vale anche per il discorso della fede. Giussani batte molto sul fatto che si tratta di un incontro, il quale viene reso dialogico dalla preghiera; il nostro modo di parlare con Dio, infatti, qual è se non la preghiera? È la stessa esperienza di don Camillo, del suo dialogo continuo con il Cristo crocifisso.

Come è approdata al femminismo?

Io provengo da una famiglia assolutamente non cattolica, molto laica: mio padre, come molti sanno, era tra i fondatori del partito radicale, ed un anti-clericale convinto. Nonostante ciò, quando ero ragazzina, ho voluto fare la comunione. Poi, però, nel corso della mia militanza ho messo da parte la mia fede, perché lo spazio della politica e lo spazio pubblico aveva inghiottito tutte le mie energie.

Poi che cosa è successo? 

Poi ho avuto problemi familiari molto gravi, passando lunghi anni ad assistere persone molto malate, e ad affrontare il dolore personale e degli altri. E mi sono resa conto ad un certo punto che non avevo mai smesso di pregare. Non solo nel momento del dolore, ma anche prima: avevo sempre mantenuto un dialogo interiore con Gesù. Ho cominciato a pensare che questa cosa doveva avere più spazio, più riconoscimento da parte mia, e non essere solo confinata nello spazio interiore della coscienza. Doveva avere anche uno spazio pubblico e quindi anche una regola, con momenti e scadenze. Ad esempio andare a Messa: e devo dire che non è stata assolutamente una cosa semplice per me, perché io sono fortemente individualista, e per me pregare insieme agli altri ancora oggi è un’estrema fatica. 

E l’incontro con don Giussani e la lettura dei suoi testi che cosa ha significato, in questo suo percorso?

Leggendo don Giussani, e anche in particolare questo libro “Uomini senza patria” che oggi viene presentato qui al Meeting, ho sempre trovato echi di comprensione per me. Giussani dice cose che io capisco meglio dette in quel modo, e che hanno un’immediata eco nella mia formazione, nel mio modo di credere, e anche a quel tentativo, di cui parlavo, di dare spazio a questa fede e di viverla dentro una compagnia. 

Quello che stupisce delle sue parole è che non sembra esserci stato un rinnegamento, bensì un compimento della sua esperienza precedente, soprattutto della militanza nel femminismo. È così? 

Dell’esperienza del femminismo io tengo il 90%. Certo, si cambia nella vita e cambiare è fondamentale. Si cambia nelle esperienze, perché altrimenti non si è altro che semplici manichini. Io dunque non rivendico la coerenza assoluta: rivendico il mio passato, e rivendico la mia famiglia. Ho avuto certo una storia famigliare molto complicata e non certo “ideale”: però tutta la mia storia è legata intrinsecamente a quello che è stata la mia famiglia. Io sono stata loro: e nel bene e nel male questa è la mia esperienza, la mia vicenda umana, quella che mi ha portato a maturare determinate cose. E credo che in questo consista il fatto di mantenere il senso della tua storia, la dignità delle cose che hai vissuto, senza disprezzarle o buttarle a mare. Anche quando le devi superare.



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