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PAOLO VI/ Vian: Montini non volle essere nient'altro che un testimone di Cristo

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«La Divina Provvidenza chiamò Giovanni Battista Montini dalla Cattedra di Milano a quella di Roma nel momento più delicato del Concilio, quando l’intuizione del beato Giovanni XXIII rischiava di non prendere forma». Così, all’Angelus del 3 agosto, Benedetto XVI ha ricordato l’importanza e la delicatezza della funzione svolta nel Concilio Vaticano II da Paolo VI, di cui oggi ricorre il trentennale della morte. Un Papa che ha dovuto guidare la barca di Pietro in uno dei periodi più tormentati della storia della Chiesa. Ma soprattutto un Papa che ha voluto essere «un testimone di Cristo: solo questo, e nient’altro». Così lo ricorda il direttore dell’Osservatore Romano Giovanni Maria Vian, ordinario di filologia patristica all’Università La Sapienza di Roma. 

 

Professor Vian, prendendo spunto dalle parole di Benedetto XVI sul Concilio che «rischiava di non prendere forma», qual è stato secondo lei l’apporto di Paolo VI nel condurre il Vaticano II verso quelli che ne sono stati gli esiti finali? 

 

Quando viene eletto, Paolo VI si trova con un Concilio aperto; anzi, è meglio dire sospeso, perché secondo il diritto canonico il nuovo pontefice è libero di riconvocarlo oppure no. Paolo VI subito decide di riprenderlo; del resto, che idea avesse il cardinale arcivescovo di Milano sul Concilio era chiarissimo, dal momento che fin dai primi giorni si era schierato con la maggioranza riformatrice. È probabile che lui stesso – anche se è difficile provarlo – non avrebbe convocato il Vaticano II; ma lo trova aperto, lo conferma, e lo fa proprio.

 

Perché dice che Paolo VI non avrebbe convocato un Concilio? 
 

Alla convocazione del Concilio ci fu un’iniziale sorpresa generale, ma non tanto per il fatto in sé, perché di Concilio si parlava in Vaticano fin dal tempo di Pio XI. Il sostituto (poi pro-segretario di Stato) Montini ne era probabilmente al corrente, ma era anche ben consapevole delle molteplici difficoltà che avevano indotto Pio XI e Pio XII a non risolversi per la convocazione. Giovanni XXIII invece, poco dopo la sua elezione, sorprese tutti con la sua decisione. 

 

Ma, al di là della sorpresa iniziale, Paolo VI ha poi guidato con decisione il Concilio. 

 

Sì, Papa Montini assume il Concilio, lo dirige con prudenza, ma al tempo stesso con grande fermezza. Paolo VI esercita una guida reale, nel rispetto delle prerogative conciliari, ma senza deflettere dalle responsabilità – che ha sempre avvertito acutissime – del ruolo papale. Il metodo che sceglie, e che adotterà anche per l’Humanae vitae, è quello della ricerca di un consenso maggiore possibile, nella continuità della tradizione. E così facendo scontenta le ali estreme. 

 

Infatti proprio l’enciclica Humanae vitae suscitò una bufera di reazioni. Perché accadde questo? 

 

L’Humanae vitae viene preceduta dai lavori di una commissione sul controllo delle nascite costituita, dal morente Giovanni XXIII, di soli sei membri, che poi Paolo VI porta progressivamente a 75. La commissione si spacca sulla contraccezione: una larga maggioranza decide di ammettere i metodi non naturali, ma la minoranza rifiuta questa conclusione e le due parti si contrappongono su tutto. Questa situazione permette al Papa di prescindere in coscienza dal parere della maggioranza. Ma Montini non aveva mai cambiato idea – e anche in seguito restò convinto della bontà della sua decisione – perché non riteneva di potere su questo modificare il magistero recente dei predecessori e dello stesso Concilio, che avevano molto innovato sul tema della sessualità. E chiara è anche la coscienza del Papa dei pericoli di un possibile uso politico del controllo delle nascite come forma di dominio neocoloniale sui Paesi poveri e delle conseguenze, di là da venire ma oggi chiarissime, di ogni intervento non naturale sulle origini della vita umana. 

 

Le reazioni all’Humanae vitae segnano anche l’inizio di un periodo veramente tormentato. Nell’omelia del 29 giugno 1972 Paolo VI afferma addirittura di avere la sensazione che «da qualche fessura sia entrato il fumo di Satana nel tempio di Dio»: come comprendere a pieno un’affermazione tanto terribile? 

 

Non enfatizzerei l’espressione “fumo di Satana”: se si pensa alla parabola della zizzania, ci rendiamo conto che Gesù aveva preannunciato fin dall’inizio tutto questo. Certo, il “fumo di Satana” colpisce perché è un’immagine impressionante, come d’altronde è impressionante per la sua lucidità il discorso che Paolo VI dedicherà al demonio pochi mesi più tardi, all’udienza generale del 15 novembre 1972: un magistrale discorso che fece gridare allo scandalo tanti laici e tanti cattolici. Alcuni aspetti del periodo successivo al Vaticano II fecero molto soffrire Paolo VI, anche se egli certo se li aspettava. È il travaglio della fase postconciliare, di cui fu acuto osservatore Joseph Ratzinger, che aveva partecipato come consulente teologico ai lavori conciliari. Il giovane teologo capì presto quanto stava accadendo, e avrà poi occasione di parlarne in diverse occasioni, come nel fondamentale discorso per i quarant’anni dalla chiusura del Concilio, nel quale – il 22 dicembre 2005, otto mesi dopo la sua elezione papale – ha contrapposto l’ermeneutica della riforma a quella, dilagante negli anni che seguirono il Vaticano II, della rottura. 

 

Tracciare la figura di Paolo VI significa dunque capire anche il vero valore del Concilio Vaticano II: cos’ha inteso dire Benedetto XVI parlando di ermeneutica della riforma?

 

Il Vaticano II è un Concilio di straordinaria importanza, e certamente cambia il volto della Chiesa. Ma al tempo stesso non presenta novità dogmatiche, come fu il caso invece del Vaticano I. Ci sono elementi importantissimi, come la rinnovata considerazione della Parola di Dio, la collegialità episcopale, la volontà di procedere nel dialogo ecumenico, l’atteggiamento amichevole verso le altre religioni, il concetto di libertà religiosa, ma senza nuovi dogmi. Soprattutto, il Vaticano II risulterebbe incomprensibile – e sarebbe un grave errore dottrinale – se venisse interpretato in contrapposizione con ciò che lo ha preceduto. Questo, naturalmente, vale per ogni concilio. Quello che sta a cuore a Benedetto XVI è proprio evitare la rottura; per questo sottolinea in ogni modo la continuità della tradizione. 

 

Un altro tratto distintivo della figura di Paolo VI è la sua apertura culturale, che lo portò alla valorizzazione anche di autori e artisti lontani dalla fede cattolica. Che novità ha portato questo suo atteggiamento? 

 

Da questo punto di vista Paolo VI ha certamente portato novità, benché non assolute. Anche in questo è stato sulla scia dei predecessori che ha servito direttamente, soprattutto Pio XI e Pio XII, che furono attentissimi alla cultura, anche laica. Pur senza essere un intellettuale come invece saranno i suoi successori Wojtyla e, ancor più, Ratzinger, Montini fu uomo di cultura nel senso più ampio e più profondo, curioso, che viaggiò molto: un uomo del suo tempo. Per capirlo basta rileggere un suo bellissimo appunto, in cui scrisse: «forse la nostra vita non ha altra più chiara nota che la definizione dell’amore al nostro tempo, al nostro mondo, a quante anime abbiamo potuto avvicinare e avvicineremo: ma nella lealtà e nella convinzione che Cristo è necessario e vero». Qui c’è tutto Montini: un uomo molto moderno, ma senza il mito della modernità. È un tema che ritorna nel testamento: «Sul mondo: non si creda di giovargli assumendone i pensieri, i costumi e i gusti, ma studiandolo, amandolo, servendolo». Paolo VI, in definitiva, è stato un testimone di Cristo: ha voluto essere questo e nient’altro che questo. 

 

Come questa impostazione culturale ha inciso anche sul suo modo di vivere il papato? 

 

Paolo VI ha cercato di spogliare il papato da tutto quello che potesse offuscarne i veri lineamenti; ma al tempo stesso mai ha rinunciato nemmeno a un apice della dottrina cattolica sul primato romano e alla responsabilità papale. Ed è significativo che a Ginevra, davanti al Consiglio ecumenico delle Chiese, si presenti con l’affermazione più impolitica che potesse usare: «Il Nostro nome è Pietro». Esplicitando così il motivo principale della divisione anche con i cristiani più vicini alla Chiesa cattolica, gli orientali e gli ortodossi: il primato del Papa. 

 

Montini, prima come arcivescovo di Milano e poi come Papa, vide anche lo sviluppo di alcuni movimenti, in particolare di Comunione e Liberazione (CL), con la quale i rapporti si consolidarono soprattutto in occasione della sua mobilitazione per il referendum sul divorzio. Quale fu in generale il rapporto di Paolo VI con i movimenti? 

 

Ho l’impressione che Papa Montini non fosse entusiasta dei movimenti, come invece lo è stato poi Giovanni Paolo II. Paolo VI guardava queste realtà con una certa perplessità, dovuta soprattutto al timore che si formassero gruppi con tendenze settarie. Poi, questo timore si ridimensionò con CL, tra i movimenti il meno esposto a questi pericoli. Certo fu importante l’esperienza del referendum sul divorzio, alla luce soprattutto del grave dissenso di parte dell’associazionismo tradizionale cattolico più vicino storicamente a Montini, che portò Paolo VI a parlare apertamente di tradimento. Ma forse più decisiva fu l’esperienza positiva dell’Anno santo, che Paolo VI volle indire anche con l’intenzione di superare le divisioni del decennio precedente, segnato da defezioni, di fuga dalla vita e dalla pratica religiose. E i cattolici, grazie pure ai movimenti, risposero, quasi meravigliando il Papa ormai anziano e già sofferente per l’artrosi. 

 

Poi vengono però gli anni più bui del terrorismo e il caso Moro, che precede di poco la morte di Paolo VI. Si ha quasi l’impressione che Montini abbia concluso la vita in una situazione di profonda tristezza: è così? 

 

Le difficoltà e le tristezze aumentarono. Esplose il dissenso dell’arcivescovo Lefebvre e poi il caso Moro scosse moltissimo Papa Montini. E il 1978 fu anche l’anno della legge italiana sull’aborto. Paolo VI certo soffrì molto, ma mai si abbandonò al pessimismo o al dubbio. Non per nulla nel 1975 aveva pubblicato l’esortazione apostolica Gaudete in Domino, interamente dedicata al tema della gioia cristiana. Un testo essenziale per capire Paolo VI come lo è il suo testamento: scritto quando «la giornata tramonta, e tutto finisce e si scioglie di questa stupenda e drammatica scena temporale e terrena», con lo sguardo rivolto dal Papa a «questa terra dolorosa, drammatica e magnifica», ma soprattutto fissato «verso il mistero della morte, e di ciò che la segue, nel lume di Cristo, che solo la rischiara».



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