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Camadini: l’insegnamento di Paolo VI? L’educazione come motore della società

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La memoria di Giovanni Battista Montini poggia su un fondamento solido: l’Istituto Paolo VI, fondato da un gruppo di amici del Papa bresciano, poco dopo la sua scomparsa avvenuta trent’anni fa. Ne è presidente Giuseppe Camadini, personalità storica della finanza “bianca” lombarda, per lunghi anni a capo della Cattolica Assicurazioni, e membro di molte altre istituzioni, dal mondo delle banche a quello dell’editoria, per arrivare fino all’Istituto Toniolo dell’Università Cattolica di Milano. Ma soprattutto, ed è quello che qui conta di più, Camadini fu amico di Papa Montini. E alla conservazione della sua memoria dedica ora buona parte delle proprie giornate. 

 

Presidente Camadini, che ricordo personale ha di Giovanni Battista Montini, e che cosa significa oggi, per lei che è presidente dell’Istituto Paolo VI, conservarne fedelmente la memoria? 

 

Ne conservo un ricordo intimo e profondo, la cui luminosità non sempre è appropriatamente conosciuta e riconosciuta. Essa può avere eloquenze assai significative tutt’oggi, di fronte ai problemi vecchi e nuovi che la Chiesa e l’umanità vanno incontrando. Qui sta la funzione dell’Istituto, senza alcuna presunzione di esaustività né di autenticità: portare ad una veridica conoscenza di Giovanni Battista Montini. Uomo di cultura, appassionato perché fortemente ancorato con la sua penetrante personalità spirituale e intellettuale nella realtà a lui contemporanea. Nel contempo sacerdote di Cristo, divenuto vescovo e Pontefice sommo. 

 

Fa in un certo senso impressione vedere un uomo “forte” del mondo economico come lei, addirittura definito il “Cuccia” della finanza cattolica, che ora si dedica interamente a un’opera, un po’ storica e un po’ spirituale, come è l’Istituto Paolo VI: qual è la continuità fra la sua precedente e l’attuale attività? 

 

Per rispondere a questa domanda dovrei introdurre, e non lo voglio, qualche nota autobiografica; non lo voglio perché non mi sembra giusto considerare l’Istituto subordinatamente alla mia vicenda personale. Dell’Istituto fui eletto presidente pro tempore nella fase iniziale, impegno che si è poi protratto fino ad ora. Un impegno che mi appassiona, ed ha evidentemente un carattere non professionale. È vero, ho avuto ed ho qualche impegno anche nel campo economico e finanziario, anche se non mi sembrano appropriati quegli appellativi ora accennati. Premessa la distinzione dei piani in cui si collocano questi problemi, non posso non ricordare per quel che riguarda la mia formazione, l’ispirazione di Giuseppe Tovini, da cui presero le mosse tante istituzioni economiche e sociali nell’ambito cattolico, non solo bresciano. Esse ebbero sempre una funzione correlata a quella primaria, nell’interesse e nell’azione dell’educazione cattolica. Mi sono ritrovato e mi riconosco fra quanti a quella ispirazione si rifanno, perseguendo con tensione unitiva e con collegialità di azione una continuità morale del mondo cattolico, pur nella distinzione dei diversi  piani di operatività, ma con una fondamentale e intenzionale ottica sempre volta al problema educativo. 

 

Prendendo spunto da queste ultime parole, ci racconti in che modo l’insegnamento di Paolo VI, e in generale la formazione cattolica che lei ha ricevuto, ha inciso direttamente e concretamente sulla sua attività professionale.  

 

Ancora una volta rifuggendo da aspetti meramente soggettivi, dico che la mia generazione trovò ispirazione e sprone nell’ambiente della Fuci, allora ancorata in Brescia all’Oratorio della Pace, Oratorio che fu di Padre Giulio Bevilacqua e di Padre Carlo Manziana, di Padre Ottorino Marcolini e di altri Padri di quella stagione del dopoguerra, fra i quali è felicemente ancora tra noi Padre Giulio Cittadini. In Brescia della Fuci era stata vissuta direttamente o indirettamente una anticipazione con il circolo giovanile Leone XIII, negli anni Venti, raramente ricordato, ma che ha avuto un’importanza storica tutt’altro che secondaria. Da Brescia era uscita la testimonianza di Andrea Trebeschi, di Mario Bendiscioli, di Emiliano Rinaldini e di tanti altri, tra cui lo stesso Teresio Olivelli, autore dell’indimenticabile “preghiera dei ribelli per amore”. Questo è il contesto del quale mi sento parte. 

 

Oggi il mondo della finanza, soprattutto a livello internazionale, sembra aver perso la bussola: lo stesso Benedetto XVI, nell’Angelus del 6 luglio, alla vigilia del G8, ha puntato il dito contro le “speculazioni” che creano effetti perversi sull’economia mondiale. Qual è secondo lei la via d’uscita da una situazione di questo genere? 

 

La via d’uscita sta nel restare ancorati all’economia reale, al mondo produttivo di beni e di servizi, mantenendosi ben coerenti con le esigenze delle comunità, che, socialmente organizzate, abbiano a favorire una distribuzione il più possibile ordinata dei beni e dei servizi stessi, per la migliore promozione dell’uomo e della società. Formulazioni facili a dirsi, ma, so bene, difficili a farsi. Ma come linee di tendenza penso che la storia economica ci indichi che questa è la prospettiva che ci dobbiamo dare. 

 

Espressione tipica dell’economia e della finanza cattolica sono state le banche popolari e le casse rurali, che però sembrano appartenere a un tempo ormai lontano: è ancora possibile secondo lei, nell’attuale scenario globale, una finanza che si concili con un senso cristiano dell’uomo? 

 

Credo che non possa dirsi superato in assoluto il tempo delle banche popolari. Certamente lo è quel tempo, dalla fine dell’Ottocento fino agli anni Settanta, in cui esse si svilupparono con ampia diffusione, ma con strutture e dimensioni per lo più modeste. Il processo che è seguito nel tempo, di riorganizzazione del sistema creditizio, ha investito tutti i comparti del credito: concentrazioni, incorporazioni diffuse hanno sortito di fatto una situazione assai mutata rispetto a quella di ieri. Ma dallo scenario non sono scomparse, in un assetto pluralistico, che è auspicabile, talune banche fedeli alle loro originali ispirazioni etiche, banche tuttora aventi caratteristica popolare, sia per diffuso azionariato, sia per governance, operando esse con spirito competitivo accanto a quelle aventi natura di società commerciale. Tutte possono avere un ruolo positivo, se economicamente gestite nel rispetto delle normative vigenti. Quanto alla conciliabilità di tale gestione con il senso cristiano dell’uomo, penso che gioverà tenere conto che con l’evolversi dei tempi e della sensibilità sociale comune e della concezione della presenza dei laici cattolici nella realtà temporale, essa ha da ritenersi non enunciabile con la presentazione di una banca come “banca cattolica” in contrapposizione ad altre che sarebbero di caratterizzazione laica. La banca ha da esser banca, secondo la natura della sua istituzionalità, in quanto appartenente alla realtà immanente alla vita economica della società. Piuttosto l’accento e l’attenzione mi pare vadano posti al pensiero, all’azione e al comportamento del singolo laico che vi opera, cattolico o meno che sia, ove la correttezza di comportamento del laico cattolico sia da commisurare al rispetto che egli sappia porre alla coerenza con determinati dettati etici. Il cattolico che opera in banca, come in altri ambiti, ha la responsabilità di ricercare di essere coerente con il suo essere cattolico, senza confusione di ruoli ed evitando etichettature strumentali che potrebbero divenire formali coperture. 

 

Uno degli elementi che più caratterizzano il nostro tempo è la cosiddetta “emergenza educativa”, problema che investe anche il mondo dell’economia, come spesso ha ricordato il governatore Mario Draghi: come secondo lei bisogna rispondere a questa emergenza? 

 

L’emergenza educativa, evocata più volte da papa Benedetto XVI, è il problema principale che dovrebbe dominare il nostro impegno contemporaneo. Essa investe infatti tutti gli ambiti e i settori dell’operatività sociale, in ogni parte del mondo, e implica inizialmente il richiamo al dovere dell’educazione personale come presupposto di una efficace presenza dei cattolici nel contesto della crisi della società contemporanea. Ciò ad iniziare dall’educazione alla fede, nella fede, e dalla coerenza etica individuale e comunitaria. Che a questo si appelli anche il governatore Mario Draghi, nella sua autorevolezza, è un’apprezzabile conferma dell’esattezza di una diagnosi originariamente sortita dalla Chiesa, che fin dal Concilio Vaticano II ha chiaramente richiamato tale esigenza, in ciò perpetuando il suo perenne impegno per l’evangelizzazione. L’educazione è infatti una modalità di manifestazione, dal punto di vista della Chiesa, dell’evangelizzazione stessa. Paolo VI, in una bellissima esortazione, l’Evangelii nuntiandi, ha dato una prospettazione universale di questo problema. Ed è comunque un bene che anche da fonti laiche si giunga a comuni diagnosi.
Un’altra annotazione che riguarda il mondo cattolico è che – confrontando i problemi e i metodi di azione che si presentarono ai cattolici di fine Ottocento – oggi ai cattolici non è consentito di astenersi dalla vita pubblica. Essi, pur dopo la diaspora sociale e politica manifestatasi con la fine della Democrazia Cristiana, debbono partecipare alla vita pubblica con la dovuta preparazione, attraverso una riattualizzata mediazione culturale. Una presenza non necessariamente politica, e oggi in particolare non partiticamente esplicitabile. 

 

Anche la politica sta vivendo una profonda fase di trasformazione, in cui si fa sempre più necessaria una stagione di riforme condivise: quali sono secondo lei le priorità da questo punto di vista? 

 

Su questo faccio naturalmente considerazioni che sono di carattere personale. Le priorità sono: l’educazione, che ha una valenza fondamentale; la famiglia; il tema della vita, cioè la sua tutela dal suo inizio alla sua fine. Può apparire una visione astratta, ma non è vero: è solo se si ritorna ai fondamenti primi che si costruisce qualcosa di valido per il futuro. Ma soprattutto è quanto mai necessario orientare la coscienza comunitaria verso un’ordinata ricerca del bene comune, emarginando radicalizzazioni irrazionali, estremismi eversivi e nominalismi inconcludenti. Sono questi i mali che potenzialmente insidiano ancora, come hanno insidiato nel recente passato, generando effetti negativi, che rischiano di potersi ripresentare ancora oggi. È dunque necessario avere un’ottica costruttiva del bene comune e della vita comunitaria.

 

(Foto: Imagoeconomica)


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