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Politi: oltre i dibattiti culturali, i "cattolici del quotidiano"

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Ilsussidiario ha raccolto gli spunti di riflessione suscitati dall’editoriale di Ezio Mauro apparso su Repubblica venerdì scorso, seguito su queste pagine dagli interventi di Costantino Esposito e di Michele Lenoci. Pubblichiamo oggi una conversazione con il vaticanista di Repubblica Marco Politi, sempre sul tema della presenza dei cattolici nella società italiana.

 

Negli ultimi anni il dibattito culturale italiano ha visto spesso una divisione di campo tra “cattolici adulti” e “teocon”. Questa contrapposizione ha realmente determinato la politica italiana?

 

Penso che la grande discriminante, in Italia, non sia tanto tra gruppi politici, quindi tra politici cattolici di un certo orientamento o di un altro, o atei devoti, o centrodestra e centrosinistra. La vera discriminante è tra quello che avviene ai piani alti della politica, eventualmente anche di quella ecclesiastica, e quello che si svolge nella società. Nel paese c’è una ricchissima presenza di cattolici di tutti gli orientamenti che agiscono nelle parrocchie, nei movimenti, in tante microiniziative che in genere i mass-media non riescono a cogliere e di cui si sa poco o nulla anche nei palazzi politici o ecclesiastici. La chiamerei una “micro-imprenditorialità” della fede.

Contemporaneamente questi “cattolici del quotidiano” – io li chiamo così – fanno delle scelte del tutto soggettive sui temi eticamente sensibili. Il sociologo cattolico Pier Paolo Donati, vicino all’Opus Dei, ha verificato che su questioni come l’aborto, il divorzio, la contraccezione, non c’è nessuna differenza tra il cattolico medio e l’italiano medio, se lasciamo da parte piccoli gruppi di cattolici estremamente motivati, con una forte identità. Le moltissime spinte religiose presenti nel nostro paese si esplicano in mille rivoli, però – ed è l’elemento introdotto dalla secolarizzazione – il fattore che le caratterizza è una fortissima soggettività.

 

Di che si tratta? Di un generico interesse per la spiritualità? O di un approccio soggettivo al fatto cristiano?

 

Di certo ormai questa soggettività fa parte dell’antropologia moderna. Assistiamo ad un revival religioso – fenomeno importante, con tendenze anche integraliste in alcuni paesi -, che nei paesi cattolici ha significato una ripresa della pratica religiosa, più attenzione alle parole del Papa, partecipazione a manifestazioni come la Gmg per esempio, ma anche al permanere irreversibile della secolarizzazione come eclissi del sacro.

 

Quali sono, a suo avviso, le caratteristiche della presenza del cattolicesimo nella società italiana?

 

Da un lato la Chiesa sta continuando un suo lavoro quotidiano e silenzioso di formazione di nuove generazioni di cattolici. “Siamo delle minoranze” dicono i vescovi, ma le minoranze di oggi sono molto più formate e consapevoli della propria religiosità di quanto potevano essere in passato (ed è quello che avviene nei movimenti). Sul piano politico la gerarchia ecclesiastica, soprattutto nell’ultimo decennio, è riuscita a ottenere da una classe politica fragile di fare o meno certe leggi. Il cardinal Ruini ha raccolto una serie di vittorie politiche indubitabili; di fronte a queste vittorie, ottenute grazie ad una classe politica fragile e indirettamente al sistema bipolare, nel quale con 24mila voti vinci o perdi, la classe politica ha cercato di tenersi buona la gerarchia ecclesiastica, anche se essa non influenza più tanti voti. Ma nel paese non cambia il giudizio sui temi eticamente sensibili.

 

L’insistenza sui temi eticamente sensibili è destinata ad avere successo o alla fine avrà la peggio di fronte all’avanzata della secolarizzazione?

 

I temi etici sono importanti perché toccano l’esistenza delle persone, ma la decisione politica alla lunga non può andare contro le scelte del consenso popolare. Si può bloccare per qualche anno una legge sulle coppie di fatto, ma prima o poi essa andrà avanti perché nel frattempo in tutta Europa saranno state fatte leggi sulle coppie di fatto.

 

Ezio Mauro, nel suo editoriale, ha citato don Giussani e la sua tesi – formulata in anni in cui il cattolicesimo progressista e democratico era molto forte – di una prevalenza dell’etica rispetto all’ontologia, che costituisce invece – diversamente dalla prima – il vero centro del Fatto cristiano. Lei che ne pensa?

 

Julián Carrón, parlando della Spagna, ha detto che se in Spagna succedono certe cose, dobbiamo innanzitutto capire cos’è intervenuto all’interno della Chiesa spagnola. Intendeva dire che non è soltanto Zapatero a fare certe scelte legislative, ma che è cambiata la società spagnola, la quale permette che si facciano o meno certe scelte. Quando sono stato col Papa a Valencia per il Congresso delle famiglie cattoliche, sono rimasto colpito da un sondaggio secondo cui più della metà dei giovani spagnoli non crede più in Dio. Questo non può dipendere dai cambiamenti politici degli ultimi due o tre anni, perché dipende da cambiamenti ben più profondi. Il grande tema, che sta a cuore anche a Benedetto XVI, riguarda il posto che il cristianesimo occupa nell’Europa secolarizzata e il modo in cui il cristianesimo può riacquistare vigore.

 

Benedetto XVI, a Cagliari, ha detto che serve una nuova generazione di politici cattolici e ha esortato i laici impegnati in politica ad una nuova evangelizzazione.

 

Credo che nel discorso del Papa a Cagliari ci sia la volontà di ridare slancio alle giovani generazioni, perché si occupino da cristiani di tutti i settori della vita civile: Benedetto XVI si è riferito non solo alla politica e all’economia ma a tutte le professioni e ha chiesto che ci sia una nuova generazione di giovani cattolici convinti e impegnati. Com’era prevedibile il messaggio è stato enfatizzato dai politici, sempre attenti a cogliere ogni riferimento al rigore morale. In tutto questo l’elemento più importante mi sembra però quello della testimonianza della propria fede. Non bisogna solo essere convinti della centralità di Gesù Cristo e della Parola di Dio, è necessario anche viverlo dentro la vita pratica.



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