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DIBATTITO/ Il demone di Sofri

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Le Erinni della storia non danno tregua ad Adriano Sofri, a quanto pare. Dopo aver orchestrato nel 1972 una campagna assassina contro il commissario Calabresi, dopo aver inneggiato liricamente alla sua uccisione, dopo aver abbandonato Lotta Continua alla deriva verso il Movimento del ’77, verso l’eroina e verso Prima Linea, dopo aver girovagato tra aule di tribunale e carceri, tra assoluzioni e condanne, dopo aver rischiato di morire per malattia in carcere, dopo essere diventato un guru ufficiale della sinistra, che una volta si chiamava “storica”, dopo e ancora dopo… . 

Adriano Sofri se ne esce all’improvviso con una rivendicazione morale – respingendo quella esecutiva – dell’assassinio di Calabresi. Perché di rivendicazione si tratta, nella forma della giustificazione: la causa era buona e le persone che hanno eseguito la condanna erano persone che avevano fame e sete di giustizia.

La causa immediata e scatenante è l’accusa che gli è stata fatta di essere un ex-terrorista. Ma proprio il tentativo di respingere l’accusa conferma la sua piena assunzione di una corresponsabilità morale. Il suo ragionamento salta dal piano fattuale a quello giuridico, a seconda della convenienza. Se ci atteniamo al piano giuridico, l’assassinio di Calabresi non è stato classificato quale atto di terrorismo. Tuttavia, sempre su quello stesso piano, Sofri è stato condannato quale responsabile. Sofri accetta la prima conclusione, ma non la seconda, in nome della logica fattuale. Occorre, preliminarmente, che lui scelga di quale piano intenda accettare la logica: quello giuridico o quello fattuale? Per parte mia, starò sul piano fattuale.

L’assassinio di Luigi Calabresi fu un atto di lotta politica armata, un atto da “partito armato”, primo di una lunga serie di episodi dello stesso tipo, che accadranno fino agli anni ‘80. Si proponeva due scopi: eliminare fisicamente un nemico e terrorizzare i nemici ancora vivi. Le BR teorizzavano: colpirne uno per educarne cento! Chi ha ucciso Calabresi ha praticato quello slogan. Ma, obbietta Sofri, le sentenze successive e reciprocamente contraddittorie non lo hanno classificato come atto di terrorismo. Questa la verità processuale.

Ma la verità fattuale è un’altra! Obbietta sempre Sofri: gli autori del misfatto perseguivano ideali di giustizia, erano delle ottime persone. Le paragona al partigiano Fanciullacci, che, dopo aver ammazzato Giovanni Gentile, il filosofo del fascismo, si gettò eroicamente dalla finestra per non soccombere alle torture dei fascisti e rivelare i nomi dei compagni. Sofri non condivide – pare di capire – l’assassinio del filosofo, ma esprime forte stima per Fanciullacci. Anche qui compaiono due registri: quello dell’etica della convinzione e quello dell’etica della responsabilità, secondo la celebre distinzione di Max Weber. L’etica della convinzione prevede che i tuoi atti seguano dalle tue convinzioni profonde, non importano le conseguenze. L’etica della responsabilità prevede, viceversa, che si istituisca una commisurazione tra i mezzi e i fini, tra l’atto e le sue conseguenze. In base alla prima, il Fanciullacci suicida ha tutta la stima di Sofri. In base alla seconda condanna la sua azione contro Gentile. Occorre, di nuovo, che lui faccia una scelta, abbandonando il metodo della porta girevole. Non possiamo non far notare che nel corso della storia del ‘900 sono stati commessi atroci delitti e assassini di massa in nome dell’etica della convinzione e nel suo nome sono stati moralmente giustificati.

Per parte nostra, scegliamo l’etica della responsabilità, il cui principio fondamentale è stato enunciato da Hans Jonas, il filosofo ebreo allievo di Heidegger e di Bultmann. Suona così: “Mai nelle scommesse dell’agire umano l’essenza o l’esistenza dell’uomo siano le poste in gioco”.

Resta da chiedersi il perché di queste recenti posizioni di Adriano Sofri. Alcuni commentatori richiamano l’arroganza intellettuale e la ubris del personaggio. Dietro sta, in profondità, il travaglio di una generazione che ha condiviso le potenti ideologie di liberazione del ‘900 e che non riesce a liberarsene. Peggio: considera tradimento intellettuale e incoerenza etica la revisione radicale di quelle ideologie. Peggio: spaccia per coerenza intellettuale e etica l’ostinata fedeltà ad un errore.

Una generazione “dura di cuore” che considera la conversione, sia pure laica, un vile cedimento.



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COMMENTI
18/09/2008 - commento (Cristiana Gavio)

L'articolo di Cominelli mi ha riportato alla mente una discussione fra amici di alcuni anni fa che riguardava i cosiddetti "anni di piombo". Alcuni di noi sostenevano che le persone coinvolte in modo radicale in quella lotta (coinvolte fino all'omicidio)avessero in ogni caso speso la vita per questo loro "ideale"e fossero quindi degne di stima. Fatto salvo il rispetto che va ad ogni essere umano ,questa argomentazione mi parve allora e mi pare anche oggi un tragico errore di prospettiva. Infatti non di ideale si trattava,ma di ideologia e delle sue più drammatiche conseguenze . Non riconoscere questo fondamentale passaggio rende distorta e deviata la lettura di quei tragici anni.