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Centro Culturale di Milano: scoprire il desiderio di imparare

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Camillo Fornasieri dirige il Centro Culturale di Milano ormai da parecchi anni. Il sussidiario lo ha incontrato per cercare di capire il successo e la longevità della proposta culturale del Centro in una città che, da questo punto di vista, va sempre più impoverendosi.

 

Ha ancora senso proporre incontri, dibattiti e conferenze in un contesto determinato dall’immensa mole della comunicazione mediatica?

 

Senz’altro sì. Per due buone ragioni. Anzitutto perché l’incontro tra, diciamo sbrigativamente, i relatori e il pubblico riserva sempre delle sorprese. Il fatto di avere di fronte una persona reale, di poterle fare delle domande o sollevare obiezioni è fondamentale perché l’incontro non sia la stanca ripetizione di cose già sapute, ma un autentico accrescimento, un imparare. Noi, inoltre, cerchiamo anche di mettere sul palco relatori con posizioni culturali diverse, purché accomunati da un reale desiderio di verità o, se si preferisce, da un «tentativo ironico» di avvicinarsi ad essa.

 

Prima parlava di sorpresa; può fare qualche esempio?

 

Ricordo la serata sulla fecondazione assistita cui sono intervenuti Ernesto Galli Della Loggia e Patrizia Vergani. Ciascuno ha fatto i propri interventi e poi, alle undici e un quarto, mi stavo avviando a salutare il pubblico (cinquecento persone), quando Galli Della Loggia è intervenuto di nuovo dicendo: «Mi rendo conto che tante cose sarebbero ancora da approfondire. Propongo a chi vuole di fermarsi ancora e continuare a discutere». Si sono fermati tutti fino a ben oltre la mezzanotte. Potrei citare anche la nostra «Scuola di scrittura», guidata da Luca Doninelli. Non tanto per il suo successo, per cui non riusciamo ad iscrivere tutti quelli che lo desidererebbero. Il fatto è che il metodo seguito in questa scuola è, ancora una volta, quello della vicendevole implicazione personale tra chi vi partecipa, docenti e discenti. Proprio oggi ho ricevuto una mail da parte di una partecipante al corso del 2007, nella quale mi ringrazia perché «ho imparato a conoscere/leggere il mio desiderio attraverso il continuo paragone con chi ho incontrato».

 

La seconda ragione per cui ha ancora senso un centro culturale?

 

È, appunto, la necessità che in una città, o anche in un paese più piccolo, le persone possano incontrarsi. Occorrono luoghi in cui ciò possa avvenire liberamente. Ce n’è bisogno. Anche un colosso della comunicazione mediatica come Il Corriere della Sera, ha costituito una fondazione che programma incontri settimanali. Il rapporto da persona a persona è insostituibile. Milano ha una ricca tradizione di Centri culturali, ma molti di essi sono in crisi. Spesso si dice che la ragione è la difficoltà della comunicazione. È senz’altro un problema, ma il nocciolo della questione è la qualità della proposta.

 

Voi come elaborate la vostra proposta?

 

Il metodo è sempre lo stesso: ci interessa incontrare delle persone. Non qualsiasi persona, tanto meno quelle che raggiungono una effimera notorietà nell’arena culturale, ma voci originali. Posiamo venirne a conoscenza leggendo un libro o un articolo oppure perché qualche nostro collaboratore ne ha sentito parlare. Allora prendiamo contatto e cerchiamo di instaurare un rapporto che vada ben oltre la serata che stiamo organizzando; vogliamo che il nostro interlocutore conosca chi siamo e quale identità ci contraddistingue. Proprio perché noi siamo certissimi che l’incontro cristiano dà risposte esaurienti alla nostra sete umana, siamo aperti e simpatetici con ogni espressione leale di questa sete.

 

Quando una voce è «originale»?

 

Quando sa porre domande all’uomo. Domande non scettiche, ma aperte. Quando in esse vibra una sorta di febbre di vivere. Alain Finkielkraut (che è uno dei nostri amici più affezionati e che sarà a Milano anche quest’anno), quando gli abbiamo chiesto un parere a proposito di un possibile relatore da invitare, ci ha risposto che si trattava senz’altro di una persona interessante, ma che non era ancora arrivata al punto di porre le domande a se stesso. Ecco, a noi interessano persone che pongano domande a se stessi e quindi a noi. Questi li sentiamo compagni di viaggio. Ovviamente non tutti gli incontri sono positivi; ma un Centro culturale rappresenta una specie di avamposto dell’esperienza cristiana: è il punto più esposto e rischioso. Non ripete quello che si sa già, ma si avventura in territori umani e culturali nuovi. E sono convinto che le voci originali siano molto di più di quelle che riusciamo a raggiungere.

 

Su che cosa puntate nell’anno che inizia?

 

Sul favorire momenti di dialogo tra chi proviene da una posizione umana diversa ma cerca di condividere la propria esperienza umana elementare. Un ciclo di conversazioni stabilisce il perno delle iniziative: il tema della speranza così come anche è stato sviluppato nella Spe Salvi del Papa. Speranza identifica la necessità di tutti che le cose durino nel futuro, perché il presente è un impegno, è un lavoro. Questa aspettativa trepidante del futuro non può dunque non partire dal presente che si vive, per questo «di che speranza viviamo» è un modo per valutare anche il nostro presente, se viviamo cioè all’altezza delle nostre attese. E perciò condividere – non con un discorso - la difficoltà del vivere. Avremo incontri con testimoni di questa attesa, perché siamo convinti che la cultura non sia solo riflessione intellettuale, ma anche racconto di esperienza vissuta. Come quella, ad esempio, che possono fare due giornalisti insieme come Marina Corradi di Milano e John Waters di Dublino, oppure un grande intellettuale recentemente convertito (o ricominciante come li chiamano in Francia) al cristianesimo come il direttore delle edizione Seuil di Parigi Jean Claude Guillebaud. Parleremo anche di Vita e Destino di Vasilij Grossman e ci incontreremo con un altro Grossman, lo scrittore David. Ci occuperemo di multiculturalismo con Javier Prades, di Diritti e convivenza con Marta Cartabia e Antonio Baldassarre e di arte (con un occhio particolare a William Congdon), di fotografia (come è cambiata Milano negli ultimi 40 anni nei volti delle persone), di scienza e di musica. Su quest’ultimo aspetto vorrei soffermarmi, perché esprime bene il nostro metodo. Il ciclo di incontri si chiama «Musica in cattedra»: invitiamo dei musicisti (quest’anno, tra gli altri, i due grandi pianisti Anna Kravcenko e Ramin Bahrami) a spiegare ed eseguire in concerto brani musicali da loro particolarmente amati. Proprio perché coinvolti personalmente, essi sono in grado di far conoscere meglio quella musica, ben al di là delle fredde note tecniche e specialistiche. Il loro incontro con Rachamaninov o Bach darà l’opportunità di un incontro vivo anche a chi li ascolterà.



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