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SOCIETÀ LIQUIDA/ Legami familiari e culturali: l'unica “rete” a darci un senso di identità

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Baumann usa spesso immagini suggestive che catturano alcune modalità del vivere odierno. Così è l’immagine della rete, a significare un certo modo di entrare e uscire dalle relazioni, vissute contingentemente, che fotografa uno stile di vita diffuso, soprattutto nelle generazioni più giovani e nella opulenta società occidentale.

 

Ma, e qui sta il punto, la rete ha un centro o no? Che ne è del soggetto che sta al centro della rete? Che ne è della sua identità? L’identità si costruisce giorno per giorno (e questo è l’aspetto costruttivo) ma certamente non sul nulla bensì a partire da un terreno costituito dai legami significativi, in primis quelli familiari. Questa struttura relazionale, con i suoi significati simbolici e culturali è l’humus nel quale il soggetto umano nasce (preceduto fin nell’utero da attese familiari e interazioni con la madre che oggi sappiamo arrivare fino a lui), che lo accoglie nei primi anni di vita, costituendo quel nocciolo duro dell’identità con i suoi “modelli operativi interni” (per usare una terminologia cara alla teoria dell’attaccamento) e le modalità di identificazione che il soggetto umano si porta appresso per tutta la vita e con le quali dovrà fare necessariamente i conti.

Dalla clinica psicologica di orientamento intergenerazionale, che ha una lunga e importante tradizione, sappiamo come i legami familiari, non solo prossimi ed in atto, ma anche lontani nel tempo, hanno un ruolo cruciale nel forgiare l’identità del soggetto e che hanno effetti psichici che si manifestano anche dopo generazioni. I legami familiari vivono di affetti e di responsabilità stringenti. Borzormeny-Nagy e Spark con un’espressione vivida sostengono da tempo che fibre invisibili di lealtà legano il soggetto umano alle generazioni che lo hanno preceduto e a quelle che sono in atto sulla scena e che una sofisticata dinamica di scambio, che ha sia un versante simbolico, di senso, che di azione, lega il soggetto al suo corpo familiare, che è appunto invisibile, se si vuole come la rete di Baumann ma non certo priva di vincolo. Ecco, il tema del vincolo, questo il grande assente dalle riflessioni di Baumann.

La rete di Baumann può non avere storia ed essere solo frutto della scelta contingente del soggetto. Ma il soggetto umano ha una storia che lo nutre, nel bene e nel male, e che lo vincola e dalla quale la scelta del soggetto non può prescindere.

Ognuno di noi viene al mondo entro relazioni primarie (si chiamano appunto primarie quelle familiari perché sono a fondamento dei legami anche sociali) specifiche, entro una cultura specifica, che ci precede e che in alcun modo nessuno di noi può scegliere. Nelle relazioni familiari, cioè in quello che oggi si usa dire nell’ambito degli affetti più cari, la scelta è limitata. Nessuno può scegliere in che famiglia nascere, i coniugi possono scegliere di non continuare la loro relazione ma non possono mai diventare ex genitori. Monica Mc Goldrick, nota terapeuta familiare che proviene da un ambiente culturale che di certo non sottovaluta il peso della scelta, così si esprime “quando i membri della famiglia considerano le relazioni familiari come una scelta, lo fanno a danno del proprio senso di identità e della ricchezza del loro contesto emozionale e sociale”. Con la nostra storia familiare, ma anche con la storia della cultura nella quale nasciamo e con la storia di tutti i legami significativi che incontriamo nella vita noi dobbiamo fare i conti e la scelta non è certo leggera e solo “giocosa” come Baumann dice. (Che dire ad esempio dei legami passionali che agitano, letteralmente fino alla morte, come ci fa vedere purtroppo la cronaca ogni giorno, la vita dei coniugi che si separano?) Tale storia dei legami noi possiamo subirla, contestarla, modificarla, trasformarla.

Possiamo anche, e questo è veramente il pericolo, negarla, de-negarla, presi da una forma di cecità. Non avere occhi per vedere la potenza, positiva e al tempo stesso anche drammatica, della storia dei legami ci priva della possibilità di dare spessore e sapore a ciò che costituisce la nostra identità in quanto “persona”, cioè essere costitutivamente in relazione. E la negazione, come si sa, è un meccanismo tra i più primitivi della mente umana. Come dire che non si fa tanta strada usandola.



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