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VALORI/ Quella speranza utopica di Magris e Rusconi

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Gli articoli che Claudio Magris e Gian Enrico Rusconi hanno pubblicato rispettivamente sul Corriere della Sera giovedì 25 settembre 2008 il primo, e sulla Stampa venerdì 26 settembre il secondo, dedicati entrambi al tema della speranza meritano una riflessione approfondita poiché toccano uno dei valori fondamentali più dimenticati dall’attuale società e del quale non si riesce – forse – più a comprenderne l’origine e il significato.

A Magris si può senz’altro riconoscere il merito di aver ripreso la questione della speranza all’interno di una riflessione vasta e composita, nella quale un importante risultato è stabilito dall’idea che la speranza costituisca un motore fondamentale per la conoscenza, anzi, che essa rappresenti una «conoscenza profonda e oggettiva perché sa che quel seme può diventare fiore e frutto», riprendendo – di fatto – quella nozione di progresso di cui è permeata tutta la nostra società a partire dall’epoca moderna. Che questo, poi, si sposi con un’idea di speranza-utopia alla Bloch, è un assunto che Magris non spiega ma, mi sembra, dia per assunto. È evidente, infatti, che, in una prospettiva laica, la speranza non può che essere collegata a un’immagine futura della realtà, una possibilità che incida non tanto durante la vita di ogni giorno, quanto su una credenza in una realtà ultra terrena. Che insomma, come Magris scrive, si possa pensare alla speranza solo nei termini di un’utopia, vale a dire nei termini di una forza che vada oltre la storia; accomunando in questo ebrei e cristiani, e commettendo un grave errore. Una speranza, infatti, che “serva” soltanto a rassicurare l’uomo sull’al di là, non ha nulla a che vedere con la speranza cristiana. A differenza del popolo ebraico che vive nella “speranza” di una promessa, per il cristiano la speranza nasce non da un’attesa, ma da una realtà. Così come, del resto, emerge da una lettura un po’ più attenta del testo di Peguy che lo stesso Magris cita: la “piccola” speranza, infatti, piccola tra le sue “grandi” sorelle – la fede e la carità –, ha origine dal riconoscimento di una grande grazia ottenuta.

Non è da un’attesa, allora, ma da qualcosa che si è palesato nella storia dell’uomo, da una presenza, che nasce la speranza. Per questo la speranza del cristiano non può essere confusa con una delle tante forme di utopie che pure hanno attraversato l’epoca moderna: né l’utopia scientista o materialista, né quella spiritualista laica, come la definisce Rusconi, potrà mai garantire all’uomo una speranza reale, una speranza, cioè, per cui vale la pena vivere, sino a dare tutto se stessi. Di una speranza, infatti, che si nutre soltanto dell’osservanza di una legge morale (Rusconi), o della convinzione che il mondo potrà essere sempre meglio amministrato (Magris), l'uomo non avverte la necessità, poiché sa che la sua speranza, ultimamente, sarebbe in mano a un qualche potente di turno (magistrato, medico o politico) che si crogiola nel suo successo contingente.

Non è una scienza o una “morale laica” che potrà essere garante della speranza, ma l’aver “ricevuto una grande grazia”, come scriveva Peguy, un grande amore, – come sembra fargli eco Benedetto XVI nella sua Enciclica Spe Salvi – che costituisca un segno “intramondano” della possibilità di una redenzione già in questo mondo. Non un’utopia muove la storia, ma la certezza di un amore presente e perenne, un amore che si è palesato nella storia avendo la pretesa di essere origine e scopo della speranza che vi è nell’uomo. Altro che “escamotage” o sconti: è con questa pretesa che l’uomo di tutti i tempi si è paragonato, giudicando se il suo desiderio di felicità non potesse che trovare soddisfazione nell’infinita misericordia di un Dio che si è fatto uomo.

 

(Paolo Ponzio)



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