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CHIESA/ Non precetti ma un diverso gusto del vivere

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Il fondo di Ezio Mauro su Repubblica solleva una questione di grande rilievo, ma perde un’occasione preziosa. Quasi tracciando un sommario bilancio dell’opera del cardinale Ruini alla Presidenza della CEI, la vede caratterizzata da un predominio della precettistica, della dottrina sociale e del richiamo al diritto naturale, allo scopo di immettere nella legislazione italiana regole sostanzialmente conformi all’insegnamento della Chiesa e impedirne di contrarie. Tale successo sarebbe stato conseguito anche grazie al sostegno degli atei devoti e dei politici di destra, ai quali sarebbe stata anche offerta una base ideologica, altrimenti carente; tuttavia, esso sarebbe avvenuto a costo di dimenticare il “fatto” cristiano, il messaggio della Rivelazione e il Credo, l’importanza dell’avvenimento cristiano. E Don Giussani, parlando di “prevalenza dell’etica rispetto all’ontologia”, avrebbe, in tempi non sospetti, anticipato e preparato questa stagione, nemica del politicamente corretto e ostile a una difesa ed estensione dei diritti. Ma ora, secondo Mauro, le cose starebbero cambiando, grazie al nuovo Presidente della CEI, Cardinale Bagnasco, e all’impronta data dal nuovo Segretario di Stato, che ha voluto riprendere in mano il rapporto con le istituzioni e la politica italiana. Segno di tale mutamento sarebbero le bacchettate all’Osservatore Romano, che ha recentemente pubblicato un articolo di Lucetta Scaraffia, autorevole rappresentante di Scienza e Vita e componente del Comitato nazionale di Bioetica, nel quale si rimettevano in discussione i criteri di accertamento del decesso, attraverso la morte cerebrale. Piccolo sintomo di significativi mutamenti.

Non so se l’episodio vada enfatizzato in questa misura e, soprattutto, se gli vada attribuito tanto recondito significato. Ma il punto centrale non è questo, e neppure le riflessioni in merito all’attuale e passata “politica ecclesiastica”. Più rilevante, e decisiva, è un’altra questione, che Mauro afferra, ma si limita poi a sfiorare e a lasciar subito sfiorire. Su quali registri si è sviluppata in Italia l’azione della Chiesa in questi anni, sul piano pastorale, educativo, ecclesiale, sociale, nonché su quello della legittima, e doverosa, presenza pubblica? Ci si è veramente limitati alla precettistica e al moralismo, quasi che l’accettazione di qualche regola trasformata in legge sarebbe stata pagata con gravi compromessi o dimenticanze al livello dell’unum necessarium? Non credo proprio: e per convincersi di questo basta rileggere gli interventi degli ultimi due Pontefici, del Cardinale Ruini e, visto che è stato citato, anche il costante e coerente insegnamento di Don Giussani su questo punto.

Se c’è un punto su cui la sottolineatura è chiarissima e insistita è proprio questo: il Cristianesimo non nasce da una teoria, da una dottrina particolarmente originale, coerente o avvincente; non deriva da una proposta astratta e articolata meramente al livello concettuale, ma da un incontro reale con una persona vivente, Cristo; da un coinvolgimento, esistenziale e globale, in un avvenimento che trasforma tutta la persona, anche sul piano ontologico. Ancora mercoledì scorso, durante l’udienza generale, Benedetto XVI, commentando la conversione di San Paolo, ha esplicitamente insistito su questo richiamo all’avvenimento fondante il Cristianesimo. E Don Giussani ha ripetutamente polemizzato contro il moralismo di quanti fanno dipendere il valore dell’annuncio cristiano solo e semplicemente dal comportamento retto di chi lo propone. Non che anche la coerenza non sia importante, ma non è il fattore decisivo.

Di qui non segue, però, che allora il Cristianesimo si riduca a vaghi echi sentimentalistici e intimistici, tutti da giocare nel privato della propria vita, senza alcun rilievo pubblico. Giacché l’ipotesi cristiana si verifica nella misura in cui risponde alle elementari e obiettive esigenze di ogni uomo, essa può sostenere un confronto fatto di onestà intellettuale, apertura d’animo e grandezza di cuore con quanti sono interessati alle domande fondamentali dell’esistenza, allo scopo di far riacquistare quel “gusto della vita”, che oggi sembra aver perso molto del suo originario sapore. Sicché, anche i rifiuti e i “no” sono detti non allo scopo di vietare o reprimere, ma per consentire la miglior fioritura di ciò che fa bella la vita, proprio come la potatura permette che un albero vigoreggi ed espanda le sue fronde. E quella verifica e quelle esigenze toccano l’esistenza in tutte le sue dimensioni, a tutti i livelli, anche quelli rilevanti per l’etica; ma all’origine non sta – questo è importante – il rispetto di astratti, ancorché nobili, precetti, bensì un cambiamento globale (ontologico), un avvenimento frutto di un incontro, che mobilita la persona, ne sorregge le azioni, la fa crescere e continuamente la migliora, nonostante le infinite cadute e incoerenze, la apre al paragone con la realtà e con le altre persone in un incessante, pubblico e amorevole dialogo: in cui non si dimenticano certo le doverose e legittime distinzioni, ma neppure si perpetuano indebite e schizofreniche separazioni.



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