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RECENSIONI/ Svelare la morte, l’ultima avventura letteraria di Philip Roth

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Sfondo completamente nero squarciato da pochi e lineari caratteri bianchi: così si presenta la copertina di Everyman scritto da Philip Roth. Una scelta cromatica di certo non dettata da ragioni estetiche.

 

La lotta dell’uomo contro la finitezza del suo essere è ciò che Roth racconta nella sua ventisettesima opera letteraria. Una lotta contro la morte - quest’ultima volutamente mantenuta sullo sfondo quasi a simboleggiare un monito - che aleggia con prepotenza sulla quotidianità del protagonista. Per restituire al lettore la cifra culturale di Everyman basterebbe rifarsi al pensiero di Søren Kierkegaard il quale sosteneva che non è tanto la morte in sé a suscitare una seria consapevolezza della nostra vita e del tempo che ci è stato con essa affidato, quanto piuttosto il pensiero della morte che diventa angoscia e che funge da energia propulsiva per la nostra esistenza. Everyman, l’anonimo protagonista del libro, vive costantemente di quest’angoscia tanto da lasciarsene sopraffare e tanto da far degenerare dietro essa, giorno dopo giorno, la propria vita.

 

Decadenza e morte sono un connubio presente sin dalle prime battute del libro di Roth. Il funerale dell’everyman, descritto nelle pagine iniziali, viene celebrato in un cimitero del New Jersey che un tempo era il fiore all’occhiello della locale comunità ebraica, ma che oggi versa in condizioni pietose. È però il cimitero dove riposano i genitori del morto e dove la figlia, l’amata Nancy, nata dal matrimonio con Phoebe, ha voluto fosse seppellito perché questa, secondo lei, sarebbe stata la volontà del padre. Una scelta che sancisce il legame col passato e la tradizione familiare del defunto. Decadenza e morte, inoltre, richiamano il degradare di una vita che vuole ad ogni costo allontanare da sé lo spettro della propria fine, ma che non riesce ad andare oltre quel moto di rassegnazione che spinge il protagonista, più volte durante il suo arco vitale, ad affermare che «è impossibile rifare la realtà. Devi prendere le cose come vengono. Tener duro e prendere le cose come vengono».

 

Raccontare della morte in un romanzo lo si fa solo se si ha qualcosa di non banale da comunicare ai lettori e se il premio Nobel è un premio dal quale si può prescindere senza rimpianti. La morte, infatti, assieme al nascere, rappresenta uno dei misteri più impegnativi per la ragione umana, mistero del quale la civiltà moderna sembra aver completamente smarrito il significato. La consapevolezza che portò Martin Heidegger a sostenere, in Essere e tempo, che «la morte è la possibilità più propria dell’uomo», l’estrema possibilità di svelare all’uomo la sua unicità e insostituibilità di fronte al Mistero è un patrimonio culturale che oggi non sembra appartenere più alla nostra civiltà. Oggi, come dimostrano i casi Terry Schiavo ed Eluana Englaro, siamo costantemente tentati dallo svuotare di significato la morte e vorremmo programmarla, anticipandola o ritardandola con tecniche opportune, come se si trattasse di risolverla alla stregua di un “problema”. La morte, invece, va considerata in tutta la sua portata: va “sopportata” per quel “mistero” che è, anche se questa sopportazione significa “angoscia”.

 

Il finale del libro risalta l’eccellenza narrativa dello scrittore di Newark. Il dialogo tra il becchino di colore - che lavora nel cimitero dove sono sepolti i genitori del protagonista - e lo stesso Everyman - che in quel luogo vi si reca a far visita alle tombe dei suoi genitori e dalle cui ossa «per novanta minuti non riesce più a staccarsi perché quelle ossa erano l’unica cosa che contava, nonostante l’influenza dell’ambiente degradato dove sorgeva quel cimitero abbandonato» -, nella sua essenzialità, evidenzia come l’angoscia generata dalla morte è possibile sopportarla solo attraverso un rapporto con qualcuno che sia in grado di introdurre alla verità della vita e quindi anche della morte. Una dinamica questa che permette all’Everyman, che ha vissuto tutta la propria esistenza all’ombra di quest’angoscia, di recarsi all’ospedale, per subire l’ennesima operazione, e di ritrovarsi, a causa dell’anestesia, a perdere «conoscenza sentendosi tutt’altro che abbattuto, tutt’altro che condannato, ancora una volta impaziente di realizzare i propri sogni». Grazie a quel dialogo, in un momento di particolare lucidità, Everyman si rende conto «che la vita gli è stata donata, a lui come a tutti, casualmente, fortuitamente e una volta sola, e non per un motivo conosciuto o conoscibile» e, anche se poi l’imprevisto è sempre dietro l’angolo, per questo va comunque trattata per quel che realmente è: un dono.

 

(Nicola Currò)



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