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LETTERATURA/ Edgar Allan Poe, quel connubio fra ragione e mistero

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200 anni fa nasceva a Boston Edgar Allan Poe, l’autore dei famosissimi racconti del terrore come “Il gatto nero”, “Il pozzo e il pendolo” o “Il crollo della casa degli Usher”, per citarne alcuni. Una letteratura, la sua, che sembra non conoscere il tramonto del successo, nemmeno fra le ultime generazioni. Ma qual è il segreto di questo strano e affascinante scrittore americano la cui vita pare misteriosa e piena di lati oscuri al pari della sua opera? Lo abbiamo chiesto a Raul Montanari, scrittore italiano di successo, autore di romanzi noir, traduttore di molti lavori di Cormack McCarthy e di opere dello stesso Poe. Ispirato alla poesia “Il Corvo”, di quest’ultimo, ha recentemente messo in scena un recital che ha riscosso grande successo al Festival della Letteratura di Mantova e che ora viene rappresentato in tutta Italia.

 

Raul Montanari, qual è la principale peculiarità dello scrittore Poe?

 

Direi in primo luogo che Edgar Allan Poe è senza dubbio lo scrittore più “pop” che l’‘800 ci abbia lasciato. Non esiste uno scrittore che goda dello stesso grado di riconoscibilità. Tutti sanno chi è Poe, anche i ragazzini che magari l’hanno solamente visto rappresentato, o interpretato, nei fumetti. Per darci un’idea Poe è uno dei personaggi che compare nella copertina di Sgt. Peppers dei Beatles. Questo non accade a Dostoevskij, Manzoni, Tolstoj e altri scrittori dello stesso calibro. Invece Poe gode tutt’ora di questa diffusione straordinaria della propria immagine.

 

In quali aspetti egli ha inciso nella storia della letteratura mondiale?

 

Poe ha inventato due generi letterari e ne ha codificato un terzo. È il padre del genere giallo e di quello noir. Sono sue invenzioni sia la detective story basata su un enigma che dev’essere risolto sia la storia di un delitto visto dal punto di vista di chi lo compie, il noir, che dà il via all’analisi delle tematiche etiche: perché si uccide? Ci sono giustificazioni al delitto? E via dicendo.

Inoltre ha codificato l’horror, nel senso moderno. È il primo ad essersi emancipato, fatta eccezione per alcuni suoi racconti, dal genere gotico. Con Poe l’horror abbandona vecchi castelli, cattedrali sconsacrate e analoghi scenari, per esprimersi in racconti che non hanno alcun debito con quel tipo di immaginario. Si tratta di vicende in cui l’orrore si insinua del quotidiano di individui  apparentemente normali. E nel leggere tali novelle ci si può ben rendere conto di una terza peculiarità di Poe, la sua eccezionale e prolifica capacità inventiva. Dal genio di questo scrittore sono state partorite storie straordinarie e incredibili narrazioni. Che sia un grande narratore lo si può constatare anche attraverso le sue poesie. Lo stesso Il Corvo non è un lavoro iscrivibile all’interno dei parametri che solitamente attribuiamo al genere poetico. È piuttosto un racconto.

 

C’è un elemento comune che attraversa tutti i racconti di Poe?

 

L’animo di Poe è sempre sospeso fra l’abisso e una grandissima fede nell’intelligenza, nella ragione. Da una parte vi è fortemente l’idea che la ragione riesca a spiegare il mondo e dall’altra l’abbandono alle profondità più remote dell’anima, al mistero che pervade tutta la realtà.

Se dovessi trovare un equivalente cinematografico indicherei Stanley Kubrik, un regista nel quale si coglie un fascino quasi “meccanico” per l’intelligenza, per la spiegazione razionale e, al contempo, la tentazione di immergersi nell’abisso.

Voglio ricordare a questo proposito che la famosa frase «la vertigine non è la paura per l’abisso ma l’attrazione per esso» non è di Milan Kundera, al quale spesso viene indebitamente attribuita, ma di Edgar Allan Poe.

 

Perché Poe viene affiancato principalmente all’horror?

 

Perché l’horror è uno dei generi letterari più universale. Gli elementi horror nella letteratura ricorrono fin dall’antichità. Mi viene ad esempio in mente l’Eneide dove è descritto il rito dell’evocazione dei morti o Plauto che scrisse la commedia Mostellaria dove presenziano mostri e fantasmi. L’elemento horror, che poi è una declinazione dell’elemento della morte, del thanatos, insieme all’eros, costituiscono i due capisaldi della letteratura mondiale. Sostanzialmente non parliamo d’altro.

 

Poe sembra privilegiare uno solo di questi capisaldi

 

Esatto. In Poe l’eros quasi del tutto assente, l’unico accenno è presente nel racconto Il mistero di Marie Roget in cui si descrive un caso di cronaca contemporanea all’autore, la storia dello stupro e dell’omicidio della giovane Mary Rogers, avvenuto a New York. Poe traspone i fatti ambientandoli in Francia. Dovendo descrivere l’accaduto ci si può accorgere di quanto egli sia riluttante a trattare l’argomento al quale infatti riserva un esile accenno.

Per il resto della sua letteratura egli, ripeto, si misura con gli abissi che percorrono la storia della nostra coscienza del mistero e dell’ignoto.

 

C’è qualche scrittore nel panorama letterario che sia accostabile a Poe?

 

Kafka discende da Poe. Anche i suoi scritti sono imperniati sulla dimensione dell’inspiegabile. Diciamo che con Poe prende inizio la linea del realismo magico anglo europeo. Il primo erede è Stevenson che a sua volta influenza Maupassant, Kafka, il nostro Buzzati e Borges. Quest’ultimo eredita da Poe la forma del “racconto saggio”, cioè del racconto che inizia con le cadenze di un trattato e che poi, impercettibilmente, si trasforma nella voce del protagonista di una vicenda di carattere narrativo. Ad esempio nel Seppellimento prematuro si comincia con tre pagine di pura divulgazione scientifica sul tema della catalessi e della morte apparente e poi si scopre che chi ne sta parlando è un individuo affetto da questo disturbo che ha l’incubo di risvegliarsi nella propria tomba.

 

È una narrativa che sebbene parli di magia non è mai esoterica

 

No, assolutamente. È proprio il realismo magico di cui Poe è propriamente da considerarsi il padre. Si tratta di una magia interamente collocata nella realtà effettiva piuttosto. Una magia che non sottostà alle dimensioni soprannaturali che la evocano. Non occorre interpellare medium o stregoni, ma osservare in profondità il reale.

 

Tornando alle influenze. Quali sono invece i modelli cui si ispira Edgar Allan Poe?

 

A questo proposito vorrei raccontare un particolare ignorato da quasi tutti. Pochi sanno che Poe fu uno dei primi a recensire, nel 1835, i Promessi Sposi di Manzoni. Ciò che sorprende è l’estremo giudizio positivo che si evince dalla recensione. Ho personalmente tradotto questo scritto che verrà pubblicato nel prossimo numero della rivista Satisfiction. Poe paragona il romanzo manzoniano a tutta la letteratura anglosassone a lui contemporanea, letteralmente massacrando quest’ultima. Il motivo del suo entusiasmo per i Promessi Sposi risiede nel fatto che egli riconosce in questo romanzo un incredibile realismo. È la prima opera in cui si parla della realtà, dove i protagonisti sono persone umili. Il paragone con Ivanhoe di Scott è inevitabile. E Poe sottolinea la differenza fra quest’ultimo, basato sulle leggende letterarie anglosassoni e il capolavoro italiano che trae spunto da una seria ricerca sulla storia dei piccoli comuni, terreno perfetto per far emergere lo studio dei caratteri e dei vizi della gente. Addirittura egli scrive: «sarei fiero che una pagina come quella della madre di cecilia “aggraziasse” la mia scrittura». Poe utilizza più volte la parola “power” per esprimere l’abilità letteraria del Manzoni. Inoltre, nel periodo immediatamente successivo, scrive due racconti sulla peste: La maschera della morte rossa e Re peste.

 

E per il resto? Ci sono altre fonti?

 

Le fonti di Poe sono essenzialmente i classici greci e latini. In quest’ottica azzarderei dire che il tipo di atteggiamento letterario che assomiglia di più a quello di Poe è quello di Ugo Foscolo. Poe è un romantico neoclassico. «Fare versi antichi su pensieri nuovi» diceva Monti parlando del neoclassicismo francese, invece il vero neoclassicismo, quello di Foscolo o di Goethe, viene vissuto come “nostalgia”. L’atteggiamento fondamentale verso il mondo classico, paradossalmente, è quello romantico, la malinconia per il mondo passato. Per questo motivo una poesia totalmente romantica come Il corvo è piena di elementi classici. Il verso utilizzato, che è inventato e non è mai esistito prima, nasce sulla base di un verso greco. Il corvo va a trovare il protagonista, che è un classicista, il quale si affligge per la morte della donna amata. E infine va ad appollaiarsi sopra la statua bianca della dea Pallade Atena. Questa immagine è proprio l’unione perfetta di classico e romantico.

 

Ed è anche la sintesi della definizione che lei dà della letteratura di Poe, ossia coesistenza fra ragione e abisso dell’anima, mistero della realtà?

 

Assolutamente sì, infatti non è una dea casuale, è proprio la statua che rappresenta l’idea della ragione.

 

Questa sintesi avviene anche mediante un particolare utilizzo del linguaggio?

 

Questo è stato un grande problema di Poe. Egli infatti unì tematiche popolari a un linguaggio assolutamente letterario, il che gli impedì di riscuotere particolare successo in vita. Un problema che Conan Doyle riuscì ad evitare totalmente.

Dopo aver vinto un premio letterario grazie al racconto Il manoscritto dentro una bottiglia, scritto in giovanissima età, Poe vede a mano a mano affievolirsi la propria popolarità. Come dice Picasso «nulla è peggio di un inizio folgorante». A ciò si aggiunga un carattere non proprio facile che gli procurò scarsa benevolenza da parte dei critici.

Per questi due motivi Poe finì letteralmente la propria vita ridotto poco più che un barbone. Un famoso critico statunitense sottolineò una volta quanto fosse ironico che l’inventore del giallo, un genere che dà da mangiare a tutti gli scrittori, sia morto di fame.

Ma questo è un destino che, purtroppo, sembra accomunare molti grandi



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