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MEDIOEVO/ Come l’Abbazia di San Paolo fuori le Mura salvò la vita dello storico Giorgio Falco

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In una recente intervista rilasciata a ilsussidiario.net Giorgio Picasso, monaco olivetano e già docente di Storia medievale presso l’Università Cattolica di Milano, ha citato – tra i vari intellettuali colpiti dalla decisività dell’esperienza benedettina nella nascita dell’Europa – il grande storico Giorgio Falco, autore della Santa Romana Repubblica. Rispetto all’opera di maggior respiro dello storico torinese ci interessa qui riflettere su quell’intenso rapporto tra esperienza e ricerca che in essa riverbera con forza.

Ebreo, Falco si convertì al cattolicesimo il primo settembre 1939. Colpito dalle leggi razziali prima e dalle persecuzioni naziste dopo, trovò rifugio nel monastero benedettino romano di San Paolo fuori le Mura, che lo accolse e protesse fino alla liberazione. Edita sotto pseudonimo nel 1942 – ma già scritta nel 1937 – la Santa Romana Repubblica rappresenta il vertice della sua scrittura storica, tesa a scovare il giusto punto di vista sul Medioevo, nella certezza che – superando gli schematismi ideologici di matrice illuministica - ad esso stesso si debba tornare a “chiedere il suo significato”. I cinque anni che intercorrono tra la stesura e la prima pubblicazione sono anche i sofferti anni della conversione e della persecuzione, cui si accompagnava la drammatica visione di un’Europa in via di disfacimento.

Naturalmente - nella considerazione dello storico - il Medioevo brillava specularmente per la sua potente espressività unitaria, quale civiltà coesa intorno a comuni principi spirituali e culturali. Individuatane chiaramente l’origine nell’avvento del Cristianesimo e nell’eredità della tradizione romana (da qui l’eloquenza del titolo), Falco insiste con forza sul ruolo del monachesimo, del quale propone una visione al contempo accademica e carica di un’insopprimibile affettuosità. Senza nulla togliere alla serietà documentaria della narrazione, che anzi ne riceve un forte stimolo, è chiaro il peso che la vicenda personale assume nell’elaborazione del giudizio. Risulta infatti difficile non intravedere, dietro la maestosa presentazione della figura e dell’opera di san Benedetto, l’esperienza del Falco perseguitato e salvato durante la barbarie nazifascista: «La legge che governa questa convivenza è una sola, semplicissima e quasi irraggiungibile nella sua compiutezza: l’amore, tutto l’amore, escluso l’amore di se stessi, cioè la totale rinuncia ai proprii voleri, l’abnegazione di sé in Dio e nel prossimo: nei fratelli, nei novizi, negli oblati, nell’ospite che batte alla porta, chiunque egli sia, poiché nell’ospite si accoglie Cristo».

È certamente suggestivo – e forse nemmeno tanto lontano dal vero – immaginare lo storico mentre riprende in mano quelle intuizioni che già aveva elaborato altrove (nella prima stesura della Repubblica e negli studi contenuti ne La polemica sul Medioevo), avendo negli occhi e nel cuore i benedettini presso cui aveva trovato accoglienza. L’amore monacale grazie al quale aveva scampato la deportazione confermava forse il suo paradigma storiografico: quella visione d’amore che allora lo stava salvando perpetuava, in forme non molto dissimili, la medesima visio pacis che aveva sedotto e illuminato l’Europa derelitta del VI secolo. Realmente le mura del monastero di san Paolo furono per Giorgio Falco il baluardo di civiltà contro il dilagare del nemico. La storia, quella stessa storia che lui aveva iniziato ad esaltare, si rinnovava ora sotto i suoi occhi: «Se giungono al monte come un’eco lontana il tumulto della guerra, i contrasti dei popoli, le ambizioni dei principi, ciò avviene perché egli [san Benedetto] vuol fuggire dal mondo. Fuggire ma – è questo il suo grande significato – non per rinnegare, potremmo anzi dire per affermare, per salvare i più alti valori della civiltà, per creare, tra le tempeste, l’isola di pace, dove arrida la fede, dove siano sacri la meditazione e il lavoro, la purezza del costume e la carità fraterna, dove l’uomo possa levar gli occhi al cielo senza avvilimento, e la vita, liberata d’ogni gravezza, assuma un suo ritmo alto, operoso, sereno».

 

(Andrea Beneggi)

 



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