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LAVORO/ Quando il mestiere di vivere si esprime con la poesia

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Ma i poeti lavorano? E fare poesia si può definire un lavoro? Nel terzo appuntamento del ciclo di conferenze milanesi di LaborLab il professor Enzo Arnone non solo ha risposto positivamente a queste domande, ma ha mostrato come il «lavoro» della poesia è in qualche modo l’emblema più puro della dinamica ultima di ogni lavorare.

Scriveva Holderlin in una sua ode: «Perché i poeti nel tempo della povertà e dell’abbandono?», ponendo il quesito ricorrente a proposito dell’utilità della poesia in un’epoca di aridità spirituale, di rarefazione della facoltà d’immaginare, di sentire, di oltrepassare la superficie delle cose per coglierne la profondità, la segreta natura.

Inevitabile una domanda ulteriore: qual è la natura di questo fenomeno antico, la poesia, per cui il rapporto con la realtà diventa parola, immagine, figura, condensandosi in esiti creativi di cui non si può dire molto se non che hanno il carattere della bellezza, la capacità di capire il cuore, di suscitare malinconia, nostalgia, desiderio, un sentimento della vita come promessa?

Scrive Pavese ne Il mestiere di vivere: «La tensione alla poesia è data, al suo inizio, dall’ansia di realtà spirituali presentite come possibili. Essa sorge, continua Pavese, come espressione del piacere di aver scoperto una forma delle cose, nessi, non conosciuti legami tra di esse, una profondità ‘al di sotto della superficie».

Non nasce da ciò che si conosce e si possiede, da un’esperienza vissuta e compresa in tutti i particolari. Al contrario, essa nasce dal bisogno di scoprire un senso, un volto della realtà che ci sfugge. La sua culla è il desiderio: «Essa promana dalla brama di quell’esistenza perfetta che non c’è, ma che l’uomo, nonostante ogni delusione, pensa debba esistere» (Romano Guardini, L’opera d’arte). Più precisamente la poesia si sprigiona tra i poli del desiderio e della perfezione verso cui l’uomo tende. Perciò essa tende verso un compimento, una totalità nell’orizzonte della quale il particolare assume significato e bellezza.

Pertanto essa si caratterizza come apertura al reale mai interamente conclusa, nella strutturale incapacità di definire in modo esauriente ciò che essa contempla e di cui si nutre: «In un brano musicale c’è sempre un residuo di mistero che resta sconosciuto anche allo stesso rapsodo» (Mahler).



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