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RECENSIONE/ La storia di coloro che hanno amato l’umana avventura

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Tutti ricordano il celebre incipit manzoniano: «Carneade, chi era costui?». Tanto che definire uno «Carneade» è diventata locuzione proverbiale per indicare un personaggio di cui si conosce vagamente il nome, l’ambito di appartenenza – nel caso specifico, la filosofia – e poco altro. Alla categoria del Carneadi facevano parte per me fino a poco tempo fa molti degli scrittori di cui Pigi Colognesi dà un veloce ritratto nel suo L’umana avventura (Edizioni Pagina, Bari 2008). Certamente qualcosa di più conoscevo di Oscar Wilde o di Henrik Ibsen, ma Maria Barbara Tosatti oppure Nikolaj Chomjachov, Adam Möhler oppure Alphonse Gratry erano poco più che dei nomi; al massimo gli autori di qualche frase che avevo sentita citare. E anche se avevo letto Padrone del mondo di Robert Hugh Benson e Miguel Mañara di Oscar Milosz ben poco conoscevo della vita dei loro autori.

C’è un filo conduttore che lega le figure degli scrittori (ad eccezione di Wilde) e dei teologi presentati ne L’umana avventura. Si tratta di autori della cui opera Colognesi ha sentito parlare da don Luigi Giussani o ne ha letto in qualche suo libro. È noto che il fondatore di Comunione e Liberazione, oltre che ai suoi studi teologici, attingeva abbondantemente alla letteratura per comunicare quanto gli stava a cuore; di alcuni dei suoi autori preferiti – a partire dall’amatissimo Leopardi - egli stesso ha dato delle magistrali letture in svariate occasioni. Colognesi ha cercato di ricostruire la vicenda umana di alcuni di questi scrittori che, credo, anche per lui all’inizio non fossero altro che dei Carneadi.

E la ricerca ha dato risultati molto interessanti. Basti pensare alla breve vita di Maria Barbara Tosatti (all’epoca della pubblicazione della sua unica raccolta di poesie salutata come «Leopardi in gonnella»), tutta incentrata nell’acuto desiderio di non rinnegare le grandi domande del cuore. Oppure al cammino di Benson dall’anglicanesimo (era figlio del primate d’Inghilterra) al cattolicesimo, realizzatosi per la scoperta della “carnalità”, della fisicità del cristianesimo che solo la Chiesa di Roma ha conservato integra. Oppure, ancora, alla storia dell’autentico don Miguel Mañara Vicentelo de Leca, il libertino sivigliano diventato frate e morto in odore di santità, da cui Milosz ha tratto ispirazione per la sua opera teatrale. Sono tutte scoperte – come quella che Sigrid Undset, l’autrice di Kristin figlia di Lavrans, è anch’essa una convertita, con una gioventù da proto femminista – che aiutano a comprendere più in profondità pagine che ci sono rimaste nella memoria e che, anzi, questo libri ci fa venire voglia di rileggere.

Il volume – dopo aver trattato dei letterati e dei teologi – ha un’ultima parte nella quale si danno tre accenni ad altri ambiti dell’ingegno artistico umano: l’architettura con una spiegazione della cattedrale di Chartres, la pittura con un’analisi dell’opera di Botticelli, emblema della crisi del Rinascimento, la musica con la narrazione della vita di Dvorák.

 

(Carlo Picozzi)



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