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LETTERATURA/ “Strane cose, domani”, alla ricerca dell’io in una Milano da western

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Nel suo romanzo “Strane cose, domani” il problema del male è messo in particolare rilievo. Che esperienza ha lei del male?

 

Nella mia vita il male è entrato subito, un male fisico. Sono nato e cresciuto in una cultura che era molto violenta con i bambini. Maltrattamenti e punizioni fisiche crudeli erano la norma e sono stati la norma anche per me. Lo racconto in un capitolo del libro quando parlo dell’esperienza allucinante vissuta dal protagonista in una colonia invernale del comune di Milano, a Ospedaletti. Questa cicatrice dell’infanzia è stata così forte per me che fin da piccolo ho cominciato a farmi domande sul male. Esisteva il male fisico, ma anche una parte oscura che dimorava in tutti, perfino nei miei genitori. Il mondo degli adulti poi era visto e vissuto dai bambini in modo molto “compatto”. Gli adulti si davano ragione a vicenda, chiunque aveva il diritto di dare un ceffone a un bambino per strada. E se il bambino fosse andato a riferire la cosa alla madre questa probabilmente gli avrebbe domandato: «tu che cosa gli hai fatto?».

Adesso c’è l’eccesso contrario, gli adulti sono prigionieri dei bambini. Dopo il ’68 è subentrato un modello educativo prima permissivo e poi addirittura remissivo. Il pianto del bambino diventa un trauma per i genitori che cercano l’amicizia di coppie con figli non tanto per compagnia, ma per condividere la pena di crescere un figlio. Detesto l’idea che gli adulti non si possano difendere dai bambini, ovviamente non devono farlo a bastonate.

 

Quindi un’esperienza di dolore fisico che poi è sfociata anche in una riflessione sul male in sé

 

Sì, l’altro grande segno del male è la morte stessa. Quando a 14 anni persi la fede mi trovai di fronte alla morte, da solo ad affrontare la notte, il buio, l’idea dell’annullamento, della non sopravvivenza. La morte da allora mi appare come la madre di tutti i mali, la grande madre che ci rende patetici, fragili, ma anche interessanti. È la nostra limitatezza a dare senso e risonanza alle nostre azioni. Gli animali conoscono solo la morte degli altri animali non la propria, sono molto più integrati nel ciclo naturale. Noi uomini abbiamo qualcosa che “eccede” da questo ciclo.

Inoltre nell’uomo, inteso in senso maschile, prevale anche una voglia di non crescere, una nostalgia dei cortili dell’infanzia e dell’amicizia, della nostra adolescenza. In moltissime situazioni narrative ed esistenziali la donna è vista come elemento che porta turbamento all’interno di una rete di amicizie. Questa percezione della donna rovinosa è la stessa che nel noir la trasforma nella “dark lady” che fa saltare gli equilibri di un gruppo. Ma questo aspetto è anche fonte di ammirazione nei confronti delle donne che sono di norma più pronte degli uomini a vivere le stagioni dell’esistenza.

 

Perché ha scelto proprio la figura di uno psicologo come protagonista della vicenda?

 

Lo psicologo in questo caso si trova in una condizione narrativa privilegiata. Dal momento che il romanzo è raccontato in prima persona il protagonista si trova nella situazione ideale per raccontare cose interessanti al lettore senza che quest’ultimo provi mai la sensazione, secondo me è sbagliata, che il personaggio capisca “troppo” di quello che gli succede. Se io, come mi è capitato, scrivo un romanzo che ha per protagonista un individuo ignorante non gli metto mai in testa dei pensieri che non potrebbe formulare. La mia scrittura si adegua.

In questo caso, trattandosi di una persona abituata alle reazioni e ai comportamenti umani, riesce molto naturale descrivere i pensieri profondi, ironici, autocritici e anche simpatici che egli formula sulla ragazza autrice del diario. Da questo punto di vista lo psicologo diventa una leva narrativa molto efficace.

 

Lei ambienta il romanzo a Milano. È efficace il palcoscenico che offre questa città da un punto di vista narrativo?

 

In questo caso la scelta era obbligata poiché il diario l’ho trovato proprio a Milano. La maggior parte dei miei romanzi comunque è ambientata in questa città. Altri lo sono invece nel mio “altro luogo” che è il lago d’Iseo.

In realtà detesto Milano, la trovo la città più brutta di Italia in assoluto, la reputo orripilante. Ha diverse disgrazie: le manca un fiume, è a metà fra la solarità mediterranea e la compostezza civile delle città continentali, elementi questi che non possiede fino in fondo. Milano vorrebbe essere una città continentale perché la sua vocazione è quella, ma purtroppo non ce la fa. Per non parlare delle odiose stratificazioni sociali dei milanesi: quelli dei navigli, quelli di porta romana, eccetera.

Detto questo Milano come luogo narrativo è eccezionale. Proprio perché dietro ogni angolo può uscire di tutto, come in un western. Questa specie di melting pot sociale è di fatto un materiale altamente incendiario da un punto di vista letterario, la definirei addirittura impareggiabile. Purtroppo non riesco a dire altrettanto per ciò che riguarda il viverci.



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