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DON GNOCCHI/ Colagrande: io, “mutilatino” di don Carlo, vedo grazie ai suoi occhi

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Non l’ho mai saputo. Ricordo però che mi rivolse un bellissimo sorriso. Anche questo fa parte delle sue “misteriosità”. Ma dopo 10 giorni da quell’incontro mi fecero visitare gli occhi dal professor Galeazzi. La conclusione del medico fu che l’unica soluzione per me sarebbe stata un trapianto di cornea in Svizzera. In Italia a quei tempi i trapianti erano proibiti. Poi, in primavera, venni trasferito a Roma in una scuola dove insegnavano a leggere il braille. Nel mese di agosto il direttore mi comunicò che in Svizzera si erano resi disponibili per sottopormi a un intervento. Era il settembre del 1955 quando rividi don Carlo. Ma quella volta non era più come la prima. Il suo volto era sofferto, i lineamenti tirati, si vedeva che era ammalato. In seguito mi dissero che il trapianto in Svizzera era saltato. Poi tutto è precipitato. Il 27 febbraio del ’56 venne a prendermi il professor Galeazzi. Il 28 intuii che stavo per essere sottoposto a un’operazione agli occhi, ma solo il giorno dopo compresi che il donatore era stato don Carlo. Infatti la radio dette l’annuncio della sua morte. Ero stato operato a Milano, «ci penso io a lui» aveva detto pochi giorni prima di morire, era riuscito a farmi operare in semiclandestinità presso l’istituto oftalmico dal professor Galeazzi e mi aveva donato i suoi occhi.

 

Perché scelse proprio lei nonostante non le avesse mai rivolto la parola?

 

Il motivo preciso non lo so. Io me lo spiego con un gesto d’amore che trascende il livello confidenziale di un rapporto. Ero lì e avevo bisogno di un trapianto, lui ha fatto sì che questo avvenisse, punto. Le altre ragioni che abitavano nella sua mente le ignoro, ma penso che questo gesto sia stata la conseguenza ultima di un’anima abituata a donarsi completamente. Non credo che questa interpretazione sia lontana dal vero.

 

Spesso si utilizza la parola “miracolo” per descrivere fenomeni soprannaturali e inspiegabili. In questo caso di miracolo non si tratta, ma di un trapianto medico. Eppure qualcosa fa sì che questa sua esperienza possa essere chiamata miracolosa, perché?

 

In genere dovrebbero essere altri, e non uno come me, ad attestare l’autenticità o meno di un miracolo. Io mi limito a dire che gli effetti del trapianto che ho subito durano da 53 anni e mezzo, perfettamente. Quando sono tornato a vedere, non ho acquistato una vista d’aquila, non mi è successo quello che accade ad alcuni pazienti che recuperano 9 o 10 decimi. Recuperai soltanto 2,60 decimi, fin da subito. Un mezzo insuccesso apparentemente. Eppure da allora non sono peggiorato nemmeno di un centesimo alla vista. Sono riuscito a studiare, a laurearmi e a lavorare per tutto il resto della mia vita. Lo stato del trapianto è esattamente quello del primo giorno. Per i medici questo fatto, per quanto eccezionale, è comunque accettabile da un punto di vista scientifico. Ma personalmente lo giudico come un perenne segno della presenza di don Carlo nella mia vita. Lo considero come il mantenimento di un legame e di una promessa che egli ha fatto alla mia vita.

 

Oltre al trapianto di cornea, per che cosa lei è più grato alla figura di Carlo Gnocchi?

 

In primo luogo egli ci ha raccolti dalla strada. Era un’epoca nella quale senza il suo abbraccio saremmo cresciuti come dei poveri derelitti abbandonati senza alcuna possibilità nella vita. L’opera dei mutilatini è consistita nel rilanciare numerose vite spezzate. E questo non è poco, considerando anche i sacrifici immani ai quali don Carlo si è sottoposto lungo l’arco di tutta la sua vita per noi. Ma soprattutto sono grato a don Gnocchi per averci offerto la possibilità di continuare la sua opera, in primo luogo insegnandocene il valore profondo e poi offrendoci la possibilità di portare a compimento la nostra vita seguendo il percorso da lui iniziato.



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