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ARCHEOLOGIA/ Emmanuel Anati: vi racconto come ho scoperto il vero monte Sinai

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La notizia ha fatto il giro del mondo, sebbene in Italia sia passata in sordina e spesso mal interpretata, forse poco compresa. Peccato che la scoperta di cui si parla sia stata fatta da un’equipe italiana, guidata da un archeologo e docente universitario italoisraeliano, Emmanuel Anati. Ma si sa, nemo propheta in patria. E così abbiamo dovuto cercarlo e intervistarlo. Perché quello di cui si parla è niente meno che il monte Sinai. Non quello che ci ritroviamo sfogliando un atlante e cercando la penisola del Sinai in Egitto, ma quello vero di cui parla la Bibbia e sul quale centinaia di popolazioni millenni orsono pregavano, sacrificavano, immolavano. Ognuna verso il proprio dio, quasi come una torre di Babele delle religioni.

 

Professor Anati, ci spieghi un po’ meglio di come hanno fatto alcuni media in che cosa consistono le vostre scoperte e ricerche

 

Nella ricerca che abbiamo condotto siamo giunti a diverse scoperte, tutte molto interessanti, per non dire sensazionali. La prima di queste riguarda un sito archeologico contenente resti di circa 10.000 anni fa. Nel sito si possono facilmente riscontrare diversi livelli di abitazione. Si tratta insomma di un abitato permanente, ci sono costruzioni in pietra massiccia, in quello che oggi è il cuore del deserto. Per cui possiamo dire che il clima della zona è notevolmente cambiato perché al giorno d’oggi da quelle parti non ci vivono neanche i beduini, è una zona in pieno deserto.

 

Qual è il valore scientifico di questa scoperta?

 

In poche parole è la rivelazione dell’esistenza di una cultura di popoli cacciatori che cominciavano a fare la raccolta di grani naturali, davano quindi inizio a una nuova era che era quella della produzione del cibo. Non si trattava ancora di una civiltà agricola, però abbiamo con questa scoperta la prova dell’esistenza di un villaggio di insediamento dove vivevano persone in permanenza all’interno di capanne ovali e non nomadi.

 

Quindi l’importanza risiede nell’antichità dell’epoca a cui risale questo villaggio?

 

Certo, consideriamo che si tratta di uomini del periodo Paleolitico, per lo più ritenuti nomadi o seminomadi. Ma qui arrivo al secondo aspetto della nostra ricerca. Abbiamo scoperto dei geoglifi, ossia delle scritture fatte con ciottoli sulla superficie della montagna Har Karkom. Si tratta di figure imponenti, lunghe anche più di una trentina di metri, che rappresentano in più occasioni anche l’elefante e il rinoceronte, animali che sono scomparsi da questa zona si stima da più di 20.000 anni. Per cui si tratterebbe dei più antichi geoglifi al mondo trovati finora. La cosa interessante è che c’è una ventina di questi geoglifi concentrati in quattro chilometri quadrati, per cui doveva essere una zona sacra. Queste figure avevano molto probabilmente finalità di tipo totemico e ciò rivela un aspetto dell’intellettualità dell’uomo paleolitico che era finora sconosciuto.

 

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