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COMUNISMO/ “Non posso vivere altrimenti”: la storia dei dissidenti del VONS

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Dalle dichiarazioni al processo emerge tutta la statura dei protagonisti, che spesso dovettero difendersi da soli. Dana Nemcova, sofferente per una grave malattia alla schiena, spiegò alla corte: «Talvolta nasce nel nostro animo un dissidio fra coscienza individuale e coscienza sociale della legge, e questo ha destato in me il desiderio di fare qualcosa».

Jiri Dienstbier, comunista riformista, disse di sentirsi fiero di lavorare «con gente che agisce principalmente per amore all’uomo», e fu interrotto più volte mentre cercava di spiegare il socialismo al giudice socialista: «Marx ed Engels definiscono il socialismo come la società in cui la libera evoluzione del singolo è la condizione del libero sviluppo di tutti. La funzione dello Stato socialista è di creare le condizioni per questo libero sviluppo… Una volta un funzionario criticato per aver partecipato alle repressioni degli anni ’50 si espresse in questi termini: “Io, compagni, ho sbagliato molte volte, ma sempre stando con il Partito, mai contro il Partito”. Voleva evidentemente darci la ricetta per escludere totalmente dalla vita la responsabilità».

Otta Bednarova fece una sorta di «autocritica» scusandosi per non aver protestato durante i processi-farsa degli anni ’50 e ’60: «Ho 52 anni e vorrei parlare di quella parte della mia vita in cui stavo zitta davanti a queste cose perché ero giovane, e la coscienza mi rimorde ancora. Io faccio parte del VONS proprio perché ho conosciuto la mostruosità delle sentenze che hanno portato persino a esecuzioni capitali. Il senso della mia vita è diventata la lotta per impedire che si possa ripetere qualcosa di simile. Non posso vivere altrimenti, qualunque cosa mi dovesse costare!». Havel invitò a riflettere sull’arbitrio del potere: «Il potere parte dall’ipotesi a priori che gli organi statali non possono mai commettere ingiustizie. Una sentenza giudiziaria è ritenuta per principio infallibile. Questa premessa dell’infallibilità è molto pericolosa».

Tutti gli imputati furono condannati: Uhl ebbe 5 anni, Havel 4 e mezzo, a Benda toccarono 4 anni durante i quali scrisse le bellissime lettere alla famiglia di cui abbiamo già parlato, a Dientsbier e alla Bednarova 3; la Nemcova ebbe 2 anni con 5 anni di condizionale - sentenze poi tutte confermate in appello. A nulla valsero le proteste internazionali e la solidarietà del dissenso di altri paesi comunisti; a Parigi e a Monaco fu messa in scena la ricostruzione teatrale del processo sulla base del testo memorizzato dai parenti presenti (e che sarebbe uscito in Italia nel 1980 grazie a CSEO). Anche in Cecoslovacchia si ebbero raccolte di firme per chiedere il rilascio dei leader del VONS. Per le autorità comuniste fu una vittoria di Pirro. Quell’«opera comune, dove ognuno portava il proprio contributo» fu continuata da altri, nonostante la dura repressione.

Dopo la caduta del regime, il VONS prese parte alla revisione dell’amministrazione della giustizia. Nelle nuove condizioni di libertà, tuttavia, le diverse anime dei suoi membri si differenziarono ulteriormente, e nel ‘96 si è disposto lo scioglimento del Comitato.



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