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COMUNISMO/ “Non posso vivere altrimenti”: la storia dei dissidenti del VONS

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«Non posso vivere altrimenti, qualunque cosa mi dovesse costare!» - è il titolo della mostra allestita in questi giorni presso la Galleria Montmartre a Praga e dedicata all’attività del Comitato per la difesa degli ingiustamente perseguitati (VONS), a 30 anni dal processo ai suoi fondatori.

Braccio operativo dell’iniziativa informale cecoslovacca Charta77, il Comitato fu costituito il 27 aprile 1978 da un gruppetto di chartisti con l’intento di raccogliere la documentazione su casi di detenuti ingiustamente condannati per motivi politici o di coscienza: soprattutto persone che, essendo sconosciute in Occidente, rimanevano in balìa delle autorità comuniste e le cui famiglie si venivano a trovare in situazioni drammatiche. Il Comitato, che intendeva operare nel rispetto delle leggi e dei Patti internazionali sui diritti umani, preparava un comunicato con le informazioni sul caso e senza commenti “politici”, che veniva inviato agli uffici competenti e diffuso tramite il bollettino informale Informace o Charte, che arrivava clandestinamente anche in Occidente. Durante tutti gli anni di attività (1125 casi dal ‘78 all’89), il VONS non ha ricevuto dalle autorità alcuna risposta. Il comunicato era preparato dalle due «menti» del gruppo: Petr Uhl, marxista impenitente, e Vaclav Benda, cattolico convinto che, come ricorda Havel, proprio perché amicissimi ma di opposte visioni del mondo, «erano il teatrino atteso ed emozionante dei nostri incontri».

Il VONS disponeva di fondi raccolti fra semplici cittadini e all’estero, che erano utilizzati per sostenere economicamente le famiglie dei condannati.

Nonostante gli interventi e la sorveglianza della polizia politica, il VONS poté operare relativamente indisturbato per circa un anno; poi il regime decise di intervenire con durezza: all’alba del 29 maggio 1979 la polizia si presentò a casa dei responsabili del VONS, mise a soqquadro gli appartamenti sequestrando oggetti di ogni tipo, e condusse 14 membri del Comitato a un primo interrogatorio con la grave accusa di sovvertimento della Repubblica. Il processo ai 6 principali imputati si svolse a Praga tra il 22 e il 23 ottobre. L’edificio fu circondato dalla polizia, non furono ammessi all’interno né giornalisti né diplomatici stranieri. L’accusa si sforzò di provare che gli imputati erano a capo di un’«organizzazione illegale» che, in contrasto con l’ordinamento socialista e in collaborazione con i «centri stranieri», intendeva diffondere l’odio contro il sistema socialista e appoggiare la propaganda occidentale.

 

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