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ARTE/ Da New York al “Dia Beacon”: un passaggio attraverso il mondo contemporaneo

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Negli anni ’80 si assiste, dunque, al cambio di direzione ai vertici, Dia smette di collezionare opere, regalando a diverse fondazioni, come la nascente Andy Warhol Foundation di Pittsburgh, numerosi pezzi. Nel 1987 apre i battenti la nuova lungimirante sede nel quartiere di Chelsea, che stava allora lentamente ponendo le basi per diventare leader mondiale nel commercio dell’arte contemporanea. In questo spazio Dia rimane per poco meno di due decenni affermandosi sempre più come punto di riferimento imprescindibile per gli appassionati di arte contemporanea che da tutto il mondo potevano ammirare negli immensi 5 piani di loft del building sulla ventiduesima strada, opere altrimenti troppo grandi per essere godute e percepite altrove. Infine dal 2003, a causa dell’aumento della collezione e dei costi troppo elevati dello spazio a Manhattan, si assiste allo spostamento, che al momento sembra definitivo, nella perfetta location di Beacon.

Qui attualmente si trovano raccolti i più grandi artisti della metà del ‘900 a cui fanno da spalla le generazioni più giovani e ancora viventi: Andy Warhol, Dan Flavin, Sol LeWitt, Joseph Beyus, Bruce Nauman ma anche Bernd e Hilla Becher, Gerard Richter, Louise Bourgeois, Richard Serra per citarne alcuni che, insieme a molti altri, completano il gioco di squadra, supportati da mostre temporanee dedicate ad artisti emergenti o semplicemente meno conosciuti da questa parte del mondo.

Ciò che colpisce maggiormente, visitando le sale del Museo, è esattamente la capacità che questi enormi spazi hanno di esaltare le singole opere d’arte e contemporaneamente l’intero complesso di lavori. Sembra proprio che questa location realizzi uno dei sogni di Donald Judd, famosissimo artista che ha rivoluzionato il concetto di arte negli anni ’70, tra i primi a collaborare con Friedrich e di cui sono esposti a Beacon diversi pezzi. Judd sosteneva, infatti, poco prima di morire, nel 1994, che troppi soldi venissero spesi per creare spazi architettonici adatti a contenere opere d’arte invece che usarli per l’arte stessa, e questo era considerato dall’artista un grave problema, anche qualora gli spazi architettonicamente riuscissero nello scopo. Dia Beacon, al contrario, dimostra, ed è ancora uno dei troppo rari esempi, come sia possibile una convivenza bilanciata tra le due discipline, artistica e architettonica, che permette al pubblico di fruire al massimo dell’opera d’arte, riportando al centro di tutto, la visione. Proprio questa esperienza è ciò che rende unico questo luogo mentre lo si percorre attraversando le installazioni al neon di Flavin, l’eccezionale serie Shadows di Warhol, le mega strutture di Serra, i video di Bruce Naumann, gli specchi di Richter e i disegni a parete di Sol LeWitt. Esperienza, quindi, unica per conoscere davvero quello che certa arte contemporanea prova a comunicare e trasmetterci anche con la forza della sua imponenza strutturale.

 

(Cecilia Torchiana)



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