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ARTE/ Da New York al “Dia Beacon”: un passaggio attraverso il mondo contemporaneo

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Dia Beacon, non è un nome in codice e nemmeno si riferisce a qualche programma tecnologico e interattivo. Al contrario si tratta di un museo di arte contemporanea che deve il suo nome alla passione del suo fondatore per il greco antico. “Dia” significava infatti “attraverso”, e evidenzia, in questo caso, l’idea di passaggio e godimento pieno dell’opera d’arte.

Il museo è stato ricollocato nel 2004 appunto a Beacon, piccolo paese a nord di New York, all’interno di un’ex fabbrica di biscotti. L’edificio è stato rinnovato parzialmente dall’architetto Robert Irwin ed è caratterizzato dalla struttura in mattoni e acciaio, dall’ampiezza delle sue sale e da un’incredibile illuminazione naturale garantita solamente dalla luce che filtra diagonalmente dalle finestre aperte sul soffitto, regalando un gioco di prospettive magico.

Dia può vantarsi di possedere una delle maggiori collezioni a livello mondiale di arte contemporanea, focalizzata su installazioni di grandi dimensioni, in particolare di artisti minimalisti; molte delle opere, inoltre, sono state appositamente pensate per il museo e installate dagli artisti stessi, in questa sede, nelle precedenti o in spazi pubblici.

L’idea originaria dei fondatori, il gallerista tedesco, naturalizzato americano Friedrich e la moglie Philippa De Menil, figlia di un noto petroliere e collezionista d’arte statunitense, committente a Houston, tra l’altro, della cappella inter-religiosa decorata appositamente da Rothko, si riflette perfettamente nella scelta degli artisti e delle opere collezionate.

Dia nasce nel 1974 con l’idea di diventare contenitore perfetto per le opere di grandi dimensioni e costi progettate in quel decennio e altrimenti non collocabili, se non addirittura irrealizzabili, negli “spazi tradizionali” dell’arte. Friedrich stesso, inoltre, per spiegare la scelta dei lavori commissionati fa notare come si possa leggere un parallelismo tra l’arte contemporanea e alcune opere medioevali: la Cappella degli Scrovegni di Padova ad esempio viene percepita dal collezionista come lavoro di un singolo artista, in uno spazio unico, complesso e “conservato in eterno come luogo di pellegrinaggio spirituale e meta culturale” (Michael Kimmelmann, The Dia Generation, New York Times, 6 aprile 2003). La stessa dinamica si deve, perciò, provare a garantire alle opere del nostro tempo, permettendo agli artisti di usare spazi ampi e materiali di ogni tipo, a loro piacimento (basti pensare, a questo proposito, che Friedrich ha sponsorizzato l’enorme opera di Land Art realizzata nel New Mexico da Walter De Maria, Lighting Field, costituita da 400 pali metallici collocati in 3 chilometri quadrati di superficie, dei quali viene sfruttato l’effetto parafulmine per moltiplicare la potenza dei lampi creando un fantastico spettacolo di luce, accessibile però solo da pochi visitatori per volta e dopo diverse ore di viaggio).

Il percorso che ha portato ad aprire la sede di Beacon, nel 2003, è stato lungo e tortuoso. Inizialmente gli artisti supportati dai coniugi Friedrich - De Menil hanno creato opere straordinarie che erano esposte e conservate o negli immensi spazi della galleria di Soho oppure in spazi pubblici esterni. In pochi anni, però, l’ingente quantità di investimenti ha condotto alla perdita, in termini economici, di milioni di dollari che hanno costretto la madre di Philippa, Dominique de Menil, vera leader della famiglia in campo artistico, a prendere in mano la situazione per non dover assistere al fallimento dell’intero progetto.

 

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