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NOBEL/ Letteratura: Herta Müller, dall’esilio il racconto della Romania di Ceausescu

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Un Nobel per la Letteratura a una donna romena di lingua tedesca. Herta Müller, «chi è costei?» ci si domanda facendo il verso a don Abbondio. La risposta è davvero interessante considerando la sua storia di sofferenza e la sua lunga opera letteraria di condanna nei confronti del regime di Ceausescu e del comunismo. In realtà la Müller era già stata candidata all’ambìto premio dieci anni fa, ma il mondo culturale europeo di allora era ancora piuttosto timido nel premiare le bandiere dell’anticomunismo postsovietico. Si preferiva dare premi a “giullari” i cui strali letterari avevano bersagli assai più comodi e politicamente corretti. Per conoscere un po’ meglio la protagonista di questa premiazione abbiamo chiesto a Violeta Barbu, docente di storia contemporanea e sociale all’Università di Bucarest, qualche informazione sulla sua vita e sulla sua opera.  

 

Professoressa Barbu, chi è Herta Müller e qual è la sua storia?

 

Herta Müller è una scrittrice romena di lingua tedesca. È nata in una regione a ovest del Paese chiamata Banat in un paesino nei pressi della città di Timisoara, dove è scoppiata la rivoluzione romena dell’ ’89. Già questo dato ci dice moltissimo sull’ambito nel quale si è formata la sua coscienza civica. La lotta politica e la sua identità sono le grandi problematiche che affliggono la vita di questa scrittrice: è una tedesca nata in Romania o una romena di lingua tedesca? In una delle sue poesie un brano recitava «porto sempre come una pietra sulle spalle: la mia lingua tedesca nella mia patria natale». A questo si aggiunge il fatto di non parlare nemmeno un tedesco considerato standard, ma piuttosto dialettale.

                                                                  

Per quello che concerne il rapporto con il regime?

 

La Müller è nata in una famiglia che porta su di sé tutte le tracce delle sofferenze arrecate dal regime, una storia molto travagliata. Sua madre, in quanto di etnia tedesca, venne deportata nel novembre del ’45 in Unione Sovietica dove rimase a lavorare per cinque anni in un campo di prigionia femminile. Suo padre, anch’egli della stessa origine, venne chiamato nell’esercito romeno, ai tempi alleato con la Germania nazista, a combattere con le SS sul fronte occidentale. Queste radici affondate nella storia delle due più terribili esperienze totalitarie ci possono ben far comprendere come una ragazza poteva vivere e giudicare un regime. Nell’età dell’adolescenza Herta divenne membro di un gruppo di dissidenza locale che si chiamava Actionsgruppen. Per questo motivo l’attenzione della polizia segreta comunista romena, la securitate, si concentrò su di lei. Negli anni ’80 venne espulsa dal Paese e costretta ad emigrare in Germania.

 

Le è andata anche fin troppo bene, o no?

 

Sì. Anche se in tutti i suoi romanzi, che sono quasi sempre autobiografici, non dà mai dettagli circa la vicenda della sua partenza e del suo esilio.

Anche adesso la Müller sostiene che la Romania non sia un paese libero.

 

Per quale motivo?

 

Verso la fine degli anni ’90 tornò in Romania dall’esilio. Avvennero strani incidenti. Molti giornalisti che dovevano intervistarla le hanno rivelato di essere stati seguiti dalla polizia romena, dai servizi interni. Questa notizia, comprensibilmente, la irrigidì parecchio e non rilasciò interviste. Abbandonò quasi immediatamente il Paese, sebbene il regime comunista non ci fosse più da un pezzo.

 

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