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FILOSOFIA POLITICA/ Böckenförde: così lo Stato laicista cadrà su se stesso

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Se già nel 1948 (con la Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo adottata dalle Nazioni Unite) si assiste al revival novecentesco delle discussioni intorno ai diritti umani e alla loro universalità, a partire grosso modo dalla fine degli anni Ottanta i diritti entrano come parte costitutiva nel dibattito sul multiculturalismo, all’interno del quale le due principali parti contendenti difendono, rispettivamente, il primato dei diritti etnici sui diritti umani universali (Charles Taylor), oppure il primato dei diritti umani universali sui diritti etnici (Will Kimlicka, Jürgen Habermas, Micheal Walzer). Si tratta di un dibattito la cui premessa è la pubblicazione, all’inizio degli anni Settanta, di un’opera del filosofo americano John Rawls (A Theory of Justice), nella quale ci si interrogava (nell’ambito di quelle che da allora in poi sarebbero state chiamate le “teorie della giustizia”) su quali principi di giustizia avrebbero dovuto ispirare le politiche dello Stato e si sosteneva che le dottrine comprensive riguardo alle concezioni personali del bene dovevano rimanere escluse dal dibattito pubblico.

È in un importante saggio apparso per la prima volta nel 1967, e adesso disponibile anche in italiano (La formazione dello Stato come processo di secolarizzazione, Morcelliana 2006), che Böckenförde giunge a coniare la famosa tesi secondo cui «lo Stato liberale secolarizzato vive di presupposti che non può garantire», in quanto per salvaguardare quella libertà che dice di voler difendere dovrebbe riconoscere ai singoli e alla società una «sostanza morale» dalla quale esso ha deciso di prescindere e che, d’altra parte, non può imporre, pena il ricadere in un confessionalismo contrario alla sua stessa natura.

Individuando, quindi, il limite della prospettiva politica rawlsiana (cioè il prescindere da qualsiasi riferimento pubblico a ogni tipo di metafisica del bene), il pensatore tedesco coglieva, in anticipo di un trentennio, quella che sarebbe stata la vera posta in gioco del recente dibattito, interno al multiculturalismo, tra neo-comunitaristi e neo-liberali: come è emerso nel 2004 dal dialogo tra l’allora cardinale Joseph Ratzinger e uno dei massimi rappresentanti della versione neo-liberale del multiculturalismo (Jürgen Habermas), la domanda sul rapporto tra diritti etnici e diritti universali, implicando il riconoscimento (presente ad esempio in Taylor) del fatto che gli stessi diritti umani universali sono figli di una concezione particolare del bene (quella occidentale cristiana), conduce anche a chiedersi se il cristianesimo è davvero in grado di garantire l’universalità dei diritti oppure comporta una loro relativizzazione alla cultura occidentale e cristiana (J. Habermas-J. Ratzinger, Ragione e fede in dialogo. Le idee di Benedetto XVI a confronto con un grande filosofo, Marsilio 2005).

 

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