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BERLINO/ Il muro che non conosciamo

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Per essere all’altezza del proprio compito e non lasciarsi estromettere del tutto dallo «spazio culturale», le comunità cristiane universitarie avevano sviluppato, pur in condizioni molto difficili, un programma di formazione ben strutturato. Discutevano di letteratura, arte e storia, di questioni filosofiche e politiche; sapevano di avere una funzione centrale perché coglievano problemi di cui nelle università non si poteva parlare, essendo considerati «borghesi», «antisocialisti», «decadenti» o «esistenzialisti».

Così hanno lasciato un’impronta in generazioni di studenti per il solo fatto di aver offerto al posto dell’ideologia dominante la ricchezza della tradizione spirituale e religiosa. Non pochi di coloro che nell’autunno 1989 sono scesi coraggiosamente in piazza avevano imparato a pensare liberamente nelle comunità studentesche evangeliche e cattoliche.

I primi luoghi di aggregazione dell’opposizione vera e propria erano state le comunità evangeliche: la chiesa di san Nicola a Lipsia e la chiesa del Getzemani a Berlino. Hans Simon, parroco della chiesa del Getzemani, racconta che i giovani della «Biblioteca per l’ambiente» che si trovava presso la parrocchia, avevano da tempo ampliato il concetto di ecologia fino a comprendere anche la struttura politica e sociale. Dalla fine degli anni ‘70 i parroci all’opposizione usavano questa formula per dare spazi di libertà ai gruppi che operavano in difesa dei diritti umani.

Ma anche la Chiesa cattolica minoritaria, che dapprima aveva accolto con esitazione le parole «Non abbiate paura!» pronunciate da Giovanni Paolo II nel 1979 in Polonia, dalla metà degli anni ‘80 era uscita allo scoperto, iniziando a intervenire con più forza. In tal modo, afferma il teologo cattolico Lothar Ullrich, i cattolici erano usciti «dal ghetto che si erano costruiti da soli».

 

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