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BERLINO/ Il muro che non conosciamo

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Sicuramente tanti fattori hanno fatto implodere il sistema (l’esodo di 10.000 tedeschi dell’Est attraverso l’Ungheria, le difficoltà economiche), ma i testimoni oculari sono concordi nel ricordare la caduta del Muro non come un fatto meccanico o fatalistico: nella notte del 9 novembre 1989 molti ripetevano la parola «miracolo». La folla che ingrossava sempre più, la manifestazione pacifica, la gente che brandiva le candele mentre la polizia era scomparsa: «Eravamo pronti a tutto, ma non alle candele e alle preghiere», avrebbe detto in seguito un alto funzionario.

In quel momento è caduto col Muro ogni schema mentale deterministico, perché era evidente che la storia non si svolgeva entro le traiettorie previste, ma era fatta dal rischio della libertà.

Giovanni Paolo II è stato forse il primo a indicare la rivoluzione nell’Europa dell’Est come un fatto nuovo e gravido di conseguenze per il futuro perché, contrariamente alla lotta di classe e alla guerra totale, puntava sul dialogo e sulla solidarietà e con ciò mostrava «un’illimitata fiducia in Dio Signore della storia». In questo orizzonte le conseguenze dell’autunno 1989 restano «una sfida alla libertà umana a collaborare al progetto di salvezza di Dio, che agisce nella storia».

 

 

[L’articolo di Thomas Brose sul movimento religioso che ha preparato e accompagnato la caduta del Muro di Berlino, sarà pubblicato in un Dossier speciale sul n. 6/2009 de «La Nuova Europa», in uscita alla fine di novembre]



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