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POESIA/ Ada Negri, la dimenticata “maestrina” che suscitò l’invidia di Croce e Pirandello

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Credit: Sibilla Aleramo  Credit: Sibilla Aleramo

 

La sua produzione ottenne subito un grande successo, strepitoso per una maestrina poco più che ventenne di un paesino come Motta Visconti. Fu l’editore triestino operante a Milano, il Treves (il Mondadori del momento, che pubblicava anche D’Annunzio) a dare alle stampe la sua prima opera, che superò subito le venti edizioni. Provocando in questo modo l’invidia di Benedetto Croce, che vedeva in lei un successo immeritato, poiché la sua poesia non coincideva con i suoi canoni estetici, quelli della “poesia pura”, un poetare svincolato da ogni impegno “missionario” di intervento contingente. E pure Pirandello si era adombrato di tanto successo, divenendo suo detrattore.

 

Ada Negri viene spesso descritta come intellettuale organica al regime fascista. Lo era effettivamente o si tratta di un’etichetta attribuita alla poetessa dai suoi detrattori?

 

Di Mussolini conservava l’amicizia della prima fase socialista (sul cui socialismo Renzo De Felice ha lasciato un lavoro notevole). Ella per temperamento non obliava mai i sodalizi amicali, iniziati con la condivisione degli ideali sociali quand’era a Milano. Certo il regime fascista la scelse quale membro della Reale Accademia d’Italia - unica donna di quel consesso elitario - e le conferì il premio Mussolini, poiché per poco aveva mancato il Nobel, che andò invece a Grazia Deledda. Rimase, tuttavia, aliena da ogni tipo di politica militante fascista, sempre assorbita con dedizione totale al suo lavoro d’artista. Il Comes, che pubblicò la sua corrispondenza con Mussolini, non poté certo dimostrare che ella partecipasse o ispirasse la politica del capo del governo fascista. Difficilmente si può affermare che fosse intellettuale conformista del regime. Nessun scritto la vede esaltare il Duce, così com’era costume diffuso della retorica del tempo. Anzi ella, dall’epistolario pubblicato dall’Itinerario spirituale, è drammaticamente sofferente per la guerra disastrosa innescata dal regime. Politicamente intuiva il grande groviglio di problemi futuri che si sarebbero generati - a conflitto terminato – dalla volontà di riappacificare gli animi dell’Italia divisa in due, e temeva per la sua stessa sorte. Morì tre mesi prima del 25 aprile 1945, quasi certamente per l’angoscia di vedere l’Italia dilacerata e disfatta sotto il profilo morale e materiale. Non poteva prevedere l’opera lungimirante di ricostruzione civile e diplomatica di Alcide De Gasperi.



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