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VENEZIA/ Fontana, Mirò, Picasso: a Palazzo Fortuny l’arte si fa ricerca ma smarrisce il sentiero

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Palazzo Fortuny, Venezia: sono questi gli ultimi giorni in cui ci si può addentrare negli spazi obsoleti eppure suggestivi del nobile palazzo veneziano per esplorare il più vasto territorio della ricerca umana: in-finitum. Dietro questo nome suggestivo si cela un’esposizione artistica presentata come «una occasione per indagare la categorie dell’infinito nelle sue diverse accezioni, dal non-finito all’illimitato all’incompiuto, con un approccio multidisciplinare in cui arte, scienza e filosofia di ere e civiltà diverse si incontrano e si confrontano».

Secondo le intenzioni stimolanti dei curatori Axel Veroordt e Daniela Ferretti, l’esposizione ha voluto rompere lo schema consueto dell’opera messa in mostra con tanto di didascalia e spiegazione, per proporre piuttosto un atteggiamento simile a quello del collezionista, che accumula e passa in rassegna i più diversi oggetti, tracce preziose di epoche passate e presenti che possano, in qualche modo, offrire qualche utile indizio ad un’ardua ricerca. Tale ricerca, spiegano i curatori, è «basata sulla trasmissione della conoscenza e della saggezza e sulla perpetua necessità della condizione umana del porsi domande e cercare risposte. Elemento comune è l’indagine sulle innumerevoli possibilità di relazione e collegamento tra espressioni artistiche di epoche e culture differenti, e, in ultima analisi, con il senso stesso della vita».

 

Nel susseguirsi dei vari ambienti dal piano terra, ai due piani nobili di Palazzo Fortuny, all’attico, si incontrano, perciò, apparentemente alla rinfusa, opere d’arte, installazioni, oggetti di uso comune e di recupero: accanto a opere di Calder, Lucio Fontana, Mirò, Picasso si trovano accostati una citazione di Piranesi, un ritratto di Mengs o un bozzetto di Canova. Si succedono sorprese e momenti insoliti: uno straordinario ‘Red Shift’, - installazione di luce - di James Turrell crea un improbabile “sfondamento dello spazio” con una finestra ritagliata in un muro bianco sottoposta a una serie di effetti luminosi che annulla la capacità di percepire la reale consistenza dei volumi; altrove, su un vecchio tavolo ovale di legno è appoggiato un reperto di arte egiziana del Periodo tardo.

 

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