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COMUNISMO/ Romano Scalfi: vi racconto la resistenza della Chiesa clandestina in URSS

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Contemporaneamente ai monasteri domestici nascono delle comunità catacombali, che non provengono da monasteri preesistenti ma sono formate da giovani preoccupati di vivere seriamente la propria vita spirituale. Del resto in questo periodo, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, con l’incalzare della persecuzione crescono le vocazioni monastiche e sacerdotali. Nello stesso tempo si registra il ritorno alla Chiesa di diversi intellettuali, prima affascinati e poi delusi dall’utopismo leninista.

Le comunità catacombali giovanili sono meno legate alla regola monastica e più disposte al lavoro pastorale nelle parrocchie (là dove la chiesa è aperta) o in sostituzione della parrocchia quando la chiesa è stata chiusa. Le più famose sono le comunità illegali di Leningrado, promosse dal metropolita Veniamin Kazanskij, in seguito fucilato (1873-1922), e la comunità di Mosca guidata dall’arcivescovo Varfolomej Remov (1888-1935) passato poi alla Chiesa cattolica e pure lui fucilato. Nel 1930 la comunità arriva a contare 200 membri, impegnati per lo più nella parrocchia di San Pietro; alcuni vescovi sostengono clandestinamente le comunità illegali in varie città: Petr Ladygin (a Orenburg), Filipp Gumilevskij e Pitirim Krylov (a Mosca), Aleksandr Trapicyn (a Samara), Arsenij, Stadnickij (a Taskent). In base ai dati si può affermare che l’episcopato ufficiale negli anni 1920-1930 non solo giudicava positivamente la clandestinità cristiana, ma, nei limiti del possibile, la sosteneva anche. La cattedra patriarcale era certamente al corrente del rapporto dei vescovi con le comunità clandestine e lo approvava.

 

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