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COMUNISMO/ Romano Scalfi: vi racconto la resistenza della Chiesa clandestina in URSS

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Un altro settore della vita clandestina della Chiesa sono “le parrocchie non registrate”. Al primo settembre 1936 nella Repubblica russa le chiese chiuse sono il 64,4 % del totale, in Ucraina il 90 %, in Bielorussia l’89,1 %. Per questo, dal 1930 in poi, in seguito alla chiusura di moltissime chiese, la fondazione di parrocchie clandestine diventa una faccenda normale: quando una chiesa viene chiusa e la comunità parrocchiale smembrata, i fedeli rimasti continuano a radunarsi in preghiera nelle case private, oppure all’aperto. Se è presente un sacerdote (anche clandestino), amministra i sacramenti, altrimenti a dirigere la comunità può essere un diacono, una monaca o un semplice fedele.

Nel 1916 le parrocchie ortodosse in Russia erano 35.825, nel 1939 quelle legali sono ridotte a 100, mentre quelle illegali sono 4.153. Nell’anno 1937 il Soviet per gli affari religiosi è costretto a constatare che: “I credenti di fede ortodossa hanno incominciato a riunirsi per conversare, leggere libri religiosi, soprattutto dove sono state chiuse le chiese”.

Anche nella vita clandestina non tutto funziona al meglio. La mancanza di un’autorità centrale effettiva che possa garantire l’unità pur nella varietà delle sue espressioni lascia alle comunità un’autonomia che in certi casi finisce per essere in contrasto con la dottrina della Chiesa.

 

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