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FILOSOFIA/ Vailati, il pragmatismo come terza via del pensiero contemporaneo

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Ciò che rimane oggi è che proprio per questa concezione ampia di esperienza e di ragione il pragmatismo, la cui regola fondamentale è che il significato di un concetto coincide con la somma degli effetti concepibili che esso produce, è ancora vivo perché propone una “terza via” tra l’arbitrarietà di un’ermeneutica che tende a privarsi di metodi condivisibili e la ristrettezza di una metodologia analitica spesso priva di orizzonti di significato.

Già cento anni fa Vailati, nel suo anti-kantismo viscerale, mostrava che non si possono dividere i regni della pratica e quello della teoria, che l’estetica e la storia sono decisivi all’interno delle scienze, che la distinzione tra ragionamenti sintetici e analitici andrebbe indebolita e letta genealogicamente perché i primi danno vita ai secondi e non viceversa. Insomma Vailati aveva capito che l’esperienza è “spessa” – per dirla con James – e la nostra conoscenza si muove all’interno di questa complessità collegando argomenti che nascono da parti diverse di essa. Più la ragione è agile nel muoversi fra le discipline e i diversi argomenti, senza rifiutare nulla (Vailati come tutti i pragmatisti non rigettava a priori né scienza né religione, né metafisica né logica, né psicologia né sociologia) più è facile che essa sia feconda di idee e ricca di risultati (“dai frutti li riconoscerete” era la traduzione evangelica che Peirce dava del pragmatismo).

Tale unitarietà dell’esperienza e dei metodi di ricerca si ripropone oggi come una necessità quando il paradigma analitico ha esaurito il pensiero sulla matematica di inizio novecento e ne occorre uno nuovo capace di pensare la matematica della seconda metà del secolo scorso con la sua tendenza alla geometrizzazione (Zalamea), i problemi dell’identità dopo la scoperta della narratività e dell’appartenenza come caratteri essenziali dell’io (Calcaterra), la tendenza all’azione propria del pensiero occidentale (Fabbrichesi).

 

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