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CHIESA/ Elio Guerriero: i diari di de Lubac, il cardinale “eretico” al Concilio Vaticano II

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Secondo de Lubac questo documento ha il grande vantaggio di sottrarre il Concilio ad una sorta di monismo ecclesiale e di disporre la Chiesa all’ascolto della parola di Dio. Questa acquistava un posto unico nella formazione e trasmissione della fede. La parola di Dio viene, tuttavia, accolta nella Chiesa stessa che la trasmette per tradizione. De Lubac diede poi dei contributi significativi anche alla Costituzione sulla Chiesa e ai documenti sul dialogo con le altre confessioni cristiane, con le altre religioni, con i non credenti.

 

Cosa raccolgono i due volumi da lei curati? Come mai questi scritti sul periodo conciliare sono stati pubblicati solo dopo quarant’anni, mentre quelli di altri protagonisti sono disponibili da decenni?

 

I due volumi risultano da 6 quaderni nei quali il futuro cardinale riportava gli interventi salienti del papa e dei vescovi in aula. Vi si parla anche dei numerosi incontri: con Karol Wojtyla, con Joseph Ratzinger e tanti altri. De Lubac, tuttavia, era una persona attenta e curiosa. Egli parla anche di visite ai monumenti di Roma, di incontri all’ambasciata di Francia o presso cardinali e intellettuali. Insomma uno spaccato della vita effervescente e brillante a Roma, in Italia, in Francia nei primi anni ’60. Quanto all’attesa non c’è da meravigliarsi considerando la discrezione del cardinale. Addirittura egli era restio a pubblicare un testo che all’inizio era un documento strettamente privato. Sono state le autorità dell’ordine dei gesuiti, eredi letterari del padre, a prendere la decisione, vista la rilevanza dell’opera.

 

De Lubac ha espresso perplessità su alcuni aspetti dell’attuazione del Concilio. Quali erano le sue preoccupazioni?

 

Già durante la terza e quarta sessione (anni 63-64) de Lubac notava nelle aule stesse del Concilio uno spirito di secolarizzazione che preoccupava lui e alcuni vescovi ed esperti più attenti.

L’altra preoccupazione derivava dalla formazione di un fronte, abbastanza consistente, che mirava ad andare oltre la lettera del concilio in una sorta di parlamentarismo ad oltranza. Si voleva una Chiesa democratica con il diritto di ogni comunità a scegliere il proprio vescovo e così via. Qui si levarono le voci potenti dello stesso de Lubac, di Congar, Ratzinger ed altri a ricordare che la Chiesa è l’assemblea dei convocati da Dio che si riunisce intorno all’Eucarestia che, a sua volta, è un dono.

In ogni caso a conclusione dei Quaderni de Lubac è grato per l’evento conciliare. Traccia un quadro favorevole di quanto lo Spirito ha voluto donare alla Chiesa in quegli anni e può cantare con profondo spirito di consenso e partecipazione il Te Deum conclusivo intonato da Paolo VI.



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