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POESIA/ Alda Merini, l’amore umano non basta

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La Merini invoca un Dio materno e plurimo , afferma «ogni cosa bella diventa peritura nelle mani degli uomini, ma ogni cosa bella baciata da Dio diventa una rosa rossa piena di sangue» (da Corpo d’amore). Questo padre, distante e imperante, è tuttavia amoroso in quanto ha mandato un Uomo,  Cristo, ad amarci con le mani e lo spiro. Perché Gesù è soprattutto uomo, il suo divino si scrive con la minuscola, lui ama sua mamma con un amore d’amante, lui dona il suo sangue e la sua carne dolorosamente, il sacrificio è prevalente, il dolore è grande, la comunione cioè il suo corpo-pane si spezza sanguinando; e la sua magnifica madre, la donna amata, è cieca e muta davanti a Dio che per questo la possiede, la usa, la feconda.

Certo, non è facile assaporare questa poesia, almeno per quel cristiano che di Cristo conosce il lato felice, anzi, per colui che nella Comunione è assimilato all’Amore e alla Vita Eterna; per chi guarda alla Madre di Dio come immacolata e Prescelta, come colei il cui assenso ha dato senso al mondo; ecco, questo credo sia il limite della poetica mistica della Merini, lei si è fermata sulla soglia del Mistero e sbirciando dentro, ha visto il sangue e il dolore; cose che conosceva bene, che ha prontamente riscattato. Ha visto un Dio che si fa carne ma è rimasta alla carezza, alla mano, non è andata oltre, al Tabor: come se uno si interessasse a uno spettacolo teatrale, ne pagasse il biglietto ma non restasse fino alla fine, fino al compimento, al lieto evento. Perché c’è una misura umana della gioia e quella se la fa bastare. Ma la gioia può essere immensa, quanto la misericordia, più di quella che può stare nel cuore e nel corpo di un uomo, di una donna.

Questa mistica umana si riflette anche nelle sue numerosissime e famose poesie d’amore; erotica, la definiscono, ma no, romantica forse, perché l’eros è ben altro di carezze e carne, l’eros è il piacere che pervade tutto, soprattutto il pensiero e il destino. L’eros non ha limiti, è totale e felice, non colmo di nostalgia e rimpianto, come spesso il suo: è dono totale, disfarsi nella fiducia dell’Altro e è fecondo. La Merini ama la madre, più della maternità, l’amante più dell’amore.

E così si fa amare, parzialmente, numerosamente, ma mai completamente, non si fa mai colmare. Quello che la colma è la poesia, in un invasamento lirico e delirante, a volte; a volte invece lucido e allora umano, terribilmente: il tentativo di uno che basta a sé con il sentore dell’inevitabile perdita.

Piace la Merini in questa poesia, in questo tempo, da questa cultura che va sui mass-media: è adatta e adattabile, è musicabile, è sempre smentibile, povera pazza amante.

Ma a me piace il suo tormento, la sua madre mancante, che sente la dismisura dell’amore.

 

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COMMENTI
03/11/2009 - L'avevo sospettato... (Francesco Giuseppe Pianori)

Ho letto solo poche poesie di Alda Merini, ma avevo subito, dalla prima, sospettato che la tradizione cristiana avesse scavato molto in lei e nella sua poetica. I "pazzi", si sa, sono considerati poco o appena sopportati presso di noi; mentre presso i popoli antichi e fra gli indiani d'America erano reputati in diretto e costante contatto con il Mistero. Grazie, dottoressa Maddalena Bertolini Fanton e mi scusi l'impudenza; ma il verso di Alda citato all'inizio del suo articolo è molto più musicale dell'incipit del suo articolo. "sono nata il ventuno a primavera" è di una musicalità unica. Anche mia madre era "pazza" e non ha mai scritto poesie; ma era una madre veramente poetica! La fede cristiana ha segnato e segna, grazie a Dio, tutta la nostra civiltà e cultura fin dalle sue origini. E' un dono incredibile che è stato fatto all'Italia e la rende ancora grande fra i popoli. Sono proprio contento che Alda Merini fosse figlia, come Lei ha mirabilmente tratteggiato, di questa cultura e di questa nostra civiltà. Grazie